di Daniele Rizzo

Nelle vigilie elettorali, si sa, la “manutenzione dell’ovvio” diventa un’arte sublime, per cui si odono i candidati discettare “della qualunque” (dai manti stradali alle rivoluzioni gentili) con la stessa solennità con cui i teologi scolastici discutevano dell’infinito.
Eppure, in questo catalogo di urgenze vi sarebbe stato un grande assente. Secondo l’analisi di Beniamino Biondi, noto intellettuale cittadino, al puzzle del dibattito civico (dunque, politico, sociale, economico) sarebbe mancato il pezzo della cultura: non quella, tra l’altro ben presente, del rinfresco inaugurale o del cartellone di eventi estemporanei – ottimi per consumare fondi e riempire serate agostane – ma quella “infrastrutturale”. Mutuando dalla riflessione del mai abbastanza compianto Sgalambro, non si rinvengono le pigre forme di addomesticamento e degradazione del Geist, bensì il Pensiero, inteso come attività capace di un corpo a corpo teorico e materiale con i grandi abissi dell’esistenza individuale e collettiva.
Quello che Biondi lamentava in termini più laici, ha poi trovato un puntuale inquadramento in un recente articolo di Tano Siracusa, osservatore spesso discordante delle vicende locali, in cui ha tracciato i margini di una stimolante apertura dialettica, accesa in seguito dalla risposta social di Roberto Bruccoleri, tra i più attivi operatori culturali del territorio.
In una sinergica comunità d’intenti cui non mancano distinguo e sfumature eccentriche, da tale dialettica sembrerebbe emergere che se l’Istituzione arretra, allora la cittadinanza deve farsi corpo, sporcarsi le mani e re-inventarsi. È la cultura degli «strappi» e della «sottrazione al degrado», quella delle periferie urbane e sociali che Agrigento ha già sperimentato, passando dall’esperienza di Vallicaldi all’apparizione dei situazionisti di Medex, ben ricordate dal già citato contributo di Siracusa. Un’eredità che oggi, mutatis mutandis, sembrerebbe aver passato il testimone ad altre iniziative, dagli interventi degli stessi Biondi e Siracusa (chi come facilitatore, chi come testimone) a Scaro Cafè, dai festival indipendenti come Libri in Cortile di Bruccoleri ai nuovi luoghi come la Biblioteca sociale di Villaseta, capaci di esistere e sopravvivere senza il respiratore artificiale del denaro pubblico.
La dicotomia che emerge dalle dissonanze dei tre contributi è ben conosciuta a queste latitudini: da un lato le mirabili sorti di una programmazione istituzionale che, tramontata l’illusione ottica di una Capitale della Cultura, ha ulteriormente desertificato le coscienze; dall’altro, una sorta di guerrilla culturale sotterranea, fiera della propria autarchia ma fatalmente esposta all’usura del tempo, dedita alla Communitas, intesa come partecipazione attiva e viva della gente, ma scollegata dalla Res Publica, ovverosia da un’amministrazione comunale che – con minime eccezioni – l’ha ignorata.
Dal contrappunto dei tre emerge un rischio fatale da scongiurare, quello di cedere alla retorica del lamento o di promuovere la trasformazione della cultura in burocrazia da protocollare (i bandi), sfogliando l’ennesimo catalogo di consigli non richiesti (fardello al quale questo stesso articolo potrebbe, suo malgrado, tendere) per il nuovo primo cittadino del Palazzo dei Giganti, magari pretendendo – in maniera sconclusionata – che diventi mecenate di ogni battito d’ali spontaneo.
La vera sfida pare essere quella di superare la contrapposizione tra l’alto e il basso attraverso una valorizzazione delle specifiche competenze del pubblico e del privato. Più concretamente, non si tratta di chiedere elemosina, ma di pretendere uno spazio pubblico di riconoscimento. Se l’amministrazione possiede la legittimità democratica e le chiavi degli spazi materiali, i cittadini attivi potrebbero allora contribuire in termini di visione, contenuti ed esperienza sul campo a patto che questo confronto non si riduca a un negoziato da corridoio, ma si faccia dialogo e confronto critico per selezionare, valutare, persino dissentire. Un’agorà, insomma, dove la competenza acquisita non sia trattata come un intralcio. Dopotutto, l’autentica capacità costruttiva di una classe dirigente si misura dall’abilità nel redigere piani regolatori dell’iperuranio o da una più terrena ingegneria delle sinergie, capace di mettere finalmente a sistema chi esercita il “saper fare” con chi ha il potere di “lasciar fare”?
In un’epoca storica segnata da casse comunali esangui, l’obiezione del politico (“non ci sono risorse”) non è tanto preconfezionata, quanto reale ed è proprio in questo che l’agorà diventa necessità economica, oltre che culturale. Quando le risorse materiali scarseggiano, la principale moneta spendibile potrebbe essere il capitale immateriale, l’energia spirituale e sociale che la città ha già dimostrato di possedere nella rigenerazione di un vicolo cieco, nella realizzazione di una biblioteca o nell’apertura di un fondaco di tufo all’arte contemporanea.
Innescare una rinnovata visione estetica della città significa proprio far convergere l’economia con la società, gli spazi con le risorse, il valore con il senso di una cultura che, sottratta alla logica dell’intrattenimento domenicale, diventa l’anello di congiunzione tra la concretezza e la dignità di una comunità.
Eppure, una siffatta visione estetica – capace di ridefinire lo spazio materiale nei termini di un riscatto sociale – rischierebbe di rimanere un’epifania passeggera o una costellazione di miracoli isolati, se privata di un’infrastruttura di pensiero capace di sottrarla al silenzio e di misurarne pubblicamente la portata. Fin qui, la necessità di questa sinergia rasenta infatti l’ovvio, e lo sarebbe, per lo meno, se non fossimo esattamente dove siamo, ad Agrigento, terra di storiche opacità, croniche diffidenze e laboratori dal basso che evaporano nell’indifferenza delle stanze attigue. Ecco perché all’edificazione di un simile ecosistema manca l’elemento regolatore fondamentale, una dimensione editoriale critica e pienamente riconosciuta.
Negli ultimi anni si è assistito a un progressivo spegnimento di questo termometro civile, trattato spesso dalle istituzioni come un fastidioso rumore di fondo o, peggio, come uno strumento di mera amplificazione del comunicato stampa d’ordinanza. Anche in questo caso non mancano professionalità riconosciute nel territorio, giornalisti, commentatori, opinionisti che però fanno parte di un’altra categoria, quella, necessaria, della comunicazione. Né si ipotizza che gli intellettuali e la saggistica debbano semplicemente assolvere alla pur nobile funzione di quarto (o quinto) potere, limitandosi al (necessario) controllo ispettivo degli atti amministrativi.
Il ruolo che si immagina è quello, più urgente, di essere un luogo d’incontro e di traduzione, un canale in cui le istanze che fermentano dal dentro della città si confrontano con le responsabilità dirigenziali dell’amministrazione. È lo specchio critico che, da par suo, agevola la politica, evitandole la tentazione di cullarsi nell’immobilismo e che, al contempo, preserva le avanguardie culturali dall’isolamento autocompiaciuto: senza questo lievito critico, ogni dibattito sulla cultura ad Agrigento rischia di rimanere un soliloquio tra “quattro gatti”, gli unici, silenziosi spettatori di un palcoscenico in attesa d’autore.
