di Tano Siracusa

Beniamino Biondi segnala in un suo recente intervento ripreso da molte testate locali l’assenza del tema della cultura nella campagna elettorale per l’elezione del nuovo Sindaco di Agrigento. Un intervento utile, il suo, che sollecita qualche ricordo.

Nell’estate del 2013 molti agrigentini sono scesi a Vallicaldi, la nostra ‘Via del Campo’, dove una decina di volontari guidati da Beniamino Biondi hanno ripulito uno degli angoli più degradati del centro storico, aperto due gallerie, fatto rimuovere l’eterni, trasformato uno spiazzo pieno di macerie in un piccolo palcoscenico dove si recitava, si suonava, si proiettavano film, mentre Mr. Tohms lavorava al suo grande murales. Il teatro della Posta Veccha aveva riempito varie volte la sala ospitando delle serate alle quali aveva partecipato il sindaco Zambuto, molto collaborativo, e Annarella, una delle ultime residenti agrigentine lungo una discesa abitata soprattutto da senegalesi.
Poi a Vallicaldi, a fine estate, i riflettori si sono spenti e non si sono più riaccesi.

Di recente la strada è stata ripulita, rimossa la discarica sotto il murales di Mr. Thoms e sostituita da una panchina. È stato anche risistemato il vecchio palcoscenico che ospita da alcuni anni una variegata comunità di gatti. Di questo luogo, centralissimo e periferico, si prende cura adesso un gruppo di trentenni che gestiscono un locale, ’Scaro cafè’ nella sottostante piazza Ravanusella, diventato un centro di animazione culturale.
Una rottura legata a questi luoghi, una discontinuità con le pratiche culturali istituzionali, che dimostra come sia possibile anche ad Agrigento fare cultura fuori dai circuiti tradizionali, costruendone dei nuovi, rigenerando luoghi storici, dimenticati, marginali, a volte, come nel caso di Vallicaldi, rimossi dalla memoria collettiva.

Quattro anni dopo, nell’inverno del 2017, un gruppo di artisti, grafici, pittori, poeti, mimi, da Bruxelles ha traslocato per alcune settimane ad Agrigento, e sul tema dei migranti, delle identità multiple, del passaggio dei confini, ha organizzato varie performance e mostre, coinvolgendo il Liceo Classico, una comunità di minori non accompagnati di vari paesi africani, numerosi artisti del territorio e utilizzando per i loro incontri, assemblee, mostre, installazioni e improvvisazioni artistiche il Funduk, un vecchio fondaco scavato nel tufo del centro storico, la Chiesa del Purgatorio, la palestra e aule del Liceo Empedocle. Portavano i materiali di Medex (Musée éphémère de l’exil) e si definivano ’situazionisti’. Solo uno di loro ha origini agrigentine, il leader, Maninel Kaos su Facebook.
Beniamino Biondi, in qualità di assessore, ha incontrato in quella occasione al Funduk i situazionisti di Medex, offrendo la collaborazione del Comune.
Un’esperienza, a costo zero, che avrebbe potuto costituire un modello, o comunque essere inserita in un – allora impensabile – programma per ’ Agrigento capitale della cultura’.
L’unica testata che nel 2017 ha seguito con numerosi articoli e video quelle settimane è stata Q code magazine, la cui redazione, a Milano, pubblica articoli da tutto il mondo. L’informazione locale ha invece ignorato quel nuovo, singolare e riuscito strappo al tradizionale modo di intendere e praticare l’intervento culturale.



Ma forse è proprio da questi strappi che bisognerebbe ripartire, da queste discontinuità che mostrano percorsi diversi da quelli sperimentati, frequentati da un pubblico socialmente e culturalmente omogeneo, di fatto esclusivo, accettando la periferificità, quella sociale, etnica, urbanistica, come contesto dell’intervento culturale.
Nessuno si sogna di creare una galleria d’arte a Villa Seta, dove opera con efficacia una biblioteca multimediale, o a Fontanelle, ma è soprattutto lì che che andrebbe sperimentato un modo diverso di attraversare le esperienze culturali e artistiche, superando la frontalità con il pubblico, sottraendo soprattutto i giovani all’isolamento o al gregariato di branco.
Con le eccezioni del Parco Archeologico e della cittadella del Duomo, e malgrado l’impegno e la dedizione di tanti generosi operatori culturali – un nome per tutti quello di Giovanni Moscato – nel teatro, nel cinema, nella presentazione e promozione di libri, nella convegnistica, la ribalta culturale della città rimane isolata, circoscritta, come ha confermato l’esperienza, complessivamente fallimentare, di Agrigento capitale della Cultura.
Cercare strade nuove, nuovi percorsi, nuovi circuiti, sostenere quelli esistenti che provano a dislocarsi nelle periferie, potrebbe essere per la nuova Amministrazione una sfida, un’occasione per segnare una opportuna discontinuità in campo culturale anche negli orientamenti istituzionali.

Di Bac Bac