di alfabeta

Venite con noi ci avevano detto, e così li avevamo seguiti nel quartiere cinese. Erano i primi anni ’70 e avevamo l’insensata fiducia di quel tempo lontano negli sconosciuti. E dei nostri vent’anni.
Tutte le saracinesche erano abbassate, le porte sprangate, le luci spente, solo qualche piccola finestra brillava nel buio.
Alla fine eravamo entrati in un’abitazione vasta, rischiarata solo da qualche lampada a petrolio, dove decine di persone erano sdraiate lungo le mura o nelle piccole stanze che circondavano una specie di corte centrale.
Nell’oscurità galleggiavano strati di fumo azzurro e l’odore acre dell’oppio.
Ogni tanto qualcuno ci portava da mangiare, del the, a volte un caffè amaro, e l’oppio da fumare.
La mattina successiva ero uscito per cercare di ritrovare la strada che conduceva fuori. La luce del giorno veniva trattenuta dalle mura alte degli edifici. Dopo avere girato quattro o cinque angoli ero tornato indietro temendo di perdermi. Avevo lasciato Silvie da sola che dormiva.
Dobbiamo andarcene, le avevo detto.
Avvertivo però che a lei non dispiaceva quell’incertezza, la prossimità con tutti quegli sconosciuti silenziosi, spesso addormentati, che ogni tanto si staccavano con le loro ombre dagli angoli dove rimanevano immobili per ore, uscivano e dopo qualche ora rientravano, tornando a nascondersi nelle anfratti della casa.
Il quartiere cinese sembra infinito, ci avevano spiegato la prima notte lungo la strada, e uscirne da soli è praticamente impossibile.
Erano simpatici, ci guidavano, ci portavano a casa loro, ci avrebbero ospitato.
Dopo qualche tempo Silvie era uscita con uno zainetto accompagnata da un vecchio. Quando era rientrata da sola, dopo un paio d’ore, mi aveva spiegato di avere consegnato tutto a un francese. Il vecchio mi ha insegnato la strada.
Un paio di giorni dopo ero andato io, preceduto da un ragazzino che avanzava fra la folla con aria spavalda. Fai bene attenzione, mi aveva detto, la prossima volta dovrai andare da solo. Avevo consegnato l’oppio a un uomo grasso e sorridente, che aveva voluto offrirmi una tisana.
Ogni tanto mi chiedo quanto tempo sia passato da allora, ma non ci può essere una risposta, perciò con Silvie evitiamo di parlarne.
Ieri notte è arrivata un coppia di ragazzi olandesi. Sembravano più frastornati che impauriti.
Silvie è andata a sedersi accanto a loro, a un paio di metri di distanza.
Non si sta male qui, ha detto in francese. Si lavora poco e hai tutto quello che ti serve.
Domattina ce ne andiamo, ha sussurrato la ragazza, ripetendo una frase già detta. Fuori è un labirinto praticamente infinito, ha spiegato Silvie, è come un mondo che si ripete, che sposta gli angoli e le strade, che ritorna, ma sempre diverso.
La ragazza ascoltava più incuriosita che preoccupata.
Tuttavia, ha aggiunto Silvie dopo una lunga pausa, a poco a poco, giorno dopo giorno, un anno dopo l’altro, si imparano dei percorsi che rimangono stabili e che conducono tutti a questa abitazione.
Da quanto tempo siete qui? ha domandato la ragazza.
Secondo René, ha risposto Silvie indicandomi con un’occhiata, sono passati almeno dieci anni.
Avrei potuto dirle che stava mentendo, che non l’ho mai detto, che qui, dentro il labirinto, si è perso non il tempo, ma la sua misura.
Avrei potuto dirle che avevamo la loro età quando siamo entrati, ma non ne sono sicuro e poi non sarebbe servito a niente. Certe cose non si possono spiegare.
Ho raggiunto allora i nuovi arrivati e ho passato alla ragazza la mia pipa accesa.

Di Bac Bac