di Alfonso Bellavia

Sono anni che non fa così freddo in autunno. L’aria sembra bagnata. Da più di una settimana il cielo promette pioggia, ma non ne cade una goccia.
Al tramonto, tra le nuvole, restano per qualche minuto colori tenui, quasi spenti. Poi arriva il buio.
Salgo lentamente la scalinata. Provo a contare i gradini, ma sono talmente tanti che mi distraggo e perdo il conto.
Mi torna in mente l’ultima volta che ha piovuto. Da. Sbatteva contro le pareti e ripartiva più forte, trascinando tutto quello che trovava. L’acqua mi arrivava alle ginocchia e stava per trascinarmi via. Mi sono aggrappato a un lampione e, appena ho potuto, sono riuscito a infilarmi in un negozio.
Devo chiederlo a Lona, il mio pastore tedesco. Sale e scende questi gradini da quando era piccolissima. Li conosce uno per uno.
Apro la porta e parte a razzo. Scodinzola, mi salta addosso, mi lecca.
Poi si siede e mi guarda. Aspetta che le metta il guinzaglio.
Anch’io la guardo.
«Lona, sai dirmi quanti sono?»
Sembra sorridere.
Scende fino in fondo, poi torna su e si siede davanti a me, come se avesse la risposta.
«Ma sei fuori di testa» dice la Memoria.
«Io con Lona parlo da sempre. Lei mi capisce.»
«Certo. E ti risponde pure.»
«Certo che mi risponde. Non capisco che razza di Memoria sei, se non ricordi il rapporto che c’è tra me e Lona.»
«Io non dimentico niente. Sei tu che attribuisci a Lona significati che forse vedi soltanto tu.»
«Io e Lona siamo abituati a fare quattro chiacchiere. Soprattutto quando la rimprovero.»
La faccio sedere di fronte a me e comincio a camminare avanti e indietro, gesticolando. Lei segue ogni mio movimento. Sento il suo sguardo addosso.
Poi mi fermo e la fisso.
«Perché hai inseguito quel gatto?»
Continuo a passeggiare, poi mi fermo di botto.
«Cosa pensavi di fare?»
Mi guarda.
«Uhm…»
«Hai capito? Non si fa.»
«Uhm…»
«Non devi fiatare.»
Si gira dall’altra parte, poi torna a guardarmi.
«Uhm…»
«Tu hai qualche problema» dice la Memoria.
«Dimentichi che Lona vive in mezzo ai quadri. È cresciuta tra artisti, attori di teatro e cabarettisti.»
«Quindi Lona capisce d’arte? Non ti sembra una follia?»
«Ha assistito a tante discussioni sull’arte. Lona è una custode perfetta quando la scalinata è piena di quadri.»
«E con questo?»
«Niente.»
«Dai, andiamo.»
Comincia a saltellare.
Arrivati all’ingresso del viale, Lona si gira verso la stazione e si abbassa per fare pipì. Io invece guardo dalla parte opposta, verso il viale.
Un ragazzo mi passa accanto correndo.
«Scappa! I fascisti!»
A una quindicina di metri da me vedo un ragazzo con una spranga. Grida come un ossesso e viene verso di me. Non riesco a muovermi.
Il suo viso contratto, gli occhi sgranati. Non so chi sia. Lui non sa chi sono.
Eppure sta per colpirmi.
Quell’istante è un’eternità. La vedo sopra la mia testa, poi scendere.
Alzo le mani. Vorrei fermarla, ma resto lì ad aspettarla.
Qualcosa mi passa accanto.
Mi giro. Lona si stacca da terra. Sembra volare. La vedo muoversi al rallentatore.
Anche lui la vede arrivare.
La spranga gli cade di mano. Rimbalza sul marciapiede con un rumore metallico.
La paura mi lascia e compare sul suo viso.
Lona gli arriva alla gola. Lo costringe a mettersi in ginocchio.
Lui mi guarda. Sembra implorarmi.
Lona gli sta accanto e aspetta un mio ordine.
Ma la cosa che mi è rimasta impressa per sempre è un’altra.
Sul collo non aveva neanche un graffio.
La Memoria rimane in silenzio per un po’.
«Hai sempre detto che Lona ti capiva.»
«Sì.»
«E tu? Sei proprio sicuro di conoscere Lona così bene?»
«Che vuoi dire?»
«Quello che ho detto.»
Illustrazione. da Bestiario di Giuseppe Agozzino, tecnica mista
