di Vito Bianco

Da qualche anno, in estate, rileggo un libro di cui conservo un buon ricordo. In questa, infuocata, è toccato a Dalla parte di Swann, primo volume che della poderosa Recherche è una specie di concentrato dell’intero ventaglio tematico. Ho comprato l’edizione Feltrinelli, attirato da un bel quadro di Vallotton in copertina (quella di Mondadori, tradotta da Giovanni Raboni, è in Sicilia mezza mangiata dalle tarme), con una curatela maniacale e decisamente troppe note a piè di pagina (“Combray” da sola ne ha 163, alcune molto lunghe: tutte strettamente necessarie?) Lavoro ammirevole ma assediante e ansiogeno per un’edizione economica che dovrebbe avere lo scopo di attirare giovani lettori. Anche la traduzione mi ha suscitato più di una perplessità, a cominciare da un “la sera” aggiunto al celebre incipit: “Long temps, je suis couché de bonne heure”. Di seguito qualche pensiero sul ritorno a una musica che avevo molto amato al tempo del primo ascolto.
Marcel Proust è un grande scrittore, nessuno può negarlo. (Lo fece Sciascia, che non volle capirlo). Grande e irritante. Grande e impossibile. E pervasivo, ossessivo, dilagante. È un prosatore ostinato come un ritornello, o proprio come un “ostinato” musicale, uno di quelli che sembra non debbano mai finire, come il suo labirintico, magmatico e debordante romanzo che molti cominciano e non riescono a finire perché è difficile e, appunto interminabile (come si fa a finire un racconto che si vorrebbe interminabile?). Ma Proust è anche molte altre cose, che si intuiscono e non si riescono a dire. Una che si riesce a dire è che la Recherche è un libro fatto per essere riletto. L’ho pensato mentre in montagna ad agosto rileggevo, come ho detto all’inizio, Dalla parte di Swann, che è diviso in tre parti; l’ultima si intitola “Nomi di città: il nome”, si apre con una lunga meditazione sul potere che i nomi dei luoghi hanno di mettere in moto la nostra immaginazione e si chiude con il racconto del primo innamoramento del protagonista. Perché è fatto per essere riletto?
Non perché è “difficile” (tutti i veri scrittori lo sono, ciascuno a suo modo), ma perché è complesso, ossia articolato, sfumato, dialettico e analogico. È, fondamentalmente (ecco un’altra cosa che di lui si puo dire) un pensatore dell’opposizione concettuale che realizza la propria sintesi poetica entro una rete incessante di analogie tra oggetti disparati e apparentemente inconciliabili. Il suo stile è oltranzista perché il suo pensiero è mosso dal desiderio di vagliare tutte le possibilità del fenomeno. Proust è incapace di accontentarsi della semplice descrizione; ha bisogno della frammentazione visiva, del gioco di specchi che moltiplica l’oggetto per cercare di cogliere tutte le possibili implicazioni della sua natura. Da qui l’ampiezza spesso ardua del suoi archi sintattici, che accompagna quella di una mente sottile e robusta a un tempo. Questo vuol dire che con lui la lettura è sempre una rilettura.
Devi spesso tornare indietro e ricominciare a leggere, perché le sue analisi sono sovente a triplice o quadruplice ribattitura, con frastornanti e impegnative parentesi, come se ci fosse ogni volta qualcos’altro da aggiungere e si smettesse solo perché le regole lo impongono e la pazienza umana ha dei limiti invalicabili. Proust è un saggista dotato di un dono visivo unico e inimitabile, che ha portato la letteratura europea oltre se stessa inagurando una linea digressiva e elucubrante sulla quale si sarebbero instradati nomi quali Faulkner, Onetti e Lowry – Melville lo precede di poco, ma non credo ne avesse notizia. Ma è anche un poeta della prosa capace di modulare periodi che chiamano la lettura ad alta voce. E infatti alcune pagine, lassù, a quasi mille metri, le leggevo ad alta voce. Per esempio quelle famose sul miracoloso ritorno del passato provocato dal sapore della madeleine inzuppata nel tè, o nella tisana di tiglio (Proust non riesce a decidersi), o quelle iniziali sul sonno e il risveglio, oppure quelle sulla tormentosa gelosia di Charles Swann per Odette de Crecy, la donna che sposerà quando ha ormai smesso di amarla.
Leggendo trascrivevo e commentavo dei brani che mi colpivano o con i quali non ero d’accordo. Non sono daccordo con lui (o meglio, con Swann, al quale il narratore attribuisce la convinzione) sulla possibilità di considerare le frasi musicali delle vere e proprie idee diverse e distinte tra loro, ipotesi che mi pare debole e un po’ troppo ingenuamente mette in realzione ambiti disparati. A mille metri, in un piccolo appartamento circondato dai boschi di abeti e faggi, la voce di Proust amplificava le sue malie e tornava a parlarmi a diastanza di quasi tre decenni. La sua lingua antica di un secolo sembra fatta per diventare ogni volta contemporanea, e questo perché aveva impresso al francese del suo tempo una vigorosa accelerazione terminologica e strutturale, la quale però convive stranamente con momenti di morbidezza settecentesca e stendhaliana.
Il “cuore” non manca, per dire, ma sta accanto alle particelle del sentimento e alle similitudini moderne e tecnologiche. C’è la nomenclatura naturale, ma l’approccio descrittivo è così insistito e lenticolare da trasformare gli alberi e i fiori in visioni surreali di un fantasista in vena di stranezze. Quando Marcel già adulto, avviandosi verso il Trianon, passa dal Bois de Boulogne per rivedere il luogo dove in un’altra epoca giocava con Gilberte, infastidito dalle automobili che hanno preso il posto delle carrozze e dalle mutate toilets, scopre che è cambiato perché la ragazzina generosa e distaccata che amava sino al punto di implicarvi i genitori di lei e il nome della via dove abitava, ed è costretto ad annotare che “il ricordo di una certa immagine è solo il rimpianto di un certo istante”, e che “le case, le strade, i viali sono, ahime, fugaci come gli anni”; ma ha imparato una lezione decisiva, grazie alla quale è diventato lo scrittore capace di evocare un mondo e di cambiare per sempre la geografia letteraria occidentale: la scrittura non ha bisogno di grandi temi, ma di una sensibilità in grado di aprirsi al mistero delle cose più comuni – un tetto, un rflesso, una pianta – e di un talento che sia capace di tradurlo per il lettore, di dare voce al loro silenzio che sembra ogni volta sul punto di venir meno.
Tutta l’opera non è, in fondo, che un accanito e proteiforme tentativo di salvare le cose, i volti, i luoghi, i dolori, le gioie, insomma la vita che abbiamo vissuto dalla definitiva cancellazione operata dal tempo, perché soltanto l’arte può, scrive Proust, far sì che, forse, la morte sia meno probabile. “Forse, l’unica verità è il nulla, e tutto il nostro sogno è inesistente, ma se è così noi sentiamo che anche quelle frasi musicali, quelle nozioni che esistono in quanto esso esiste, dovranno essere più nulla. Moriremo, ma teniamo in ostaggio queste divine prigioniere che subiranno la nostra stessa sorte. E, congiunta a loro, la morte ha qualcosa di meno amaro, di meno inglorioso, forse di meno probabile”.
Indagando ancora l’enigma della petite phrase nella sonata di Venteuil, che lo ha folgorato, Swann si dice convinto che quel seducente motivo esistesse realmente. Era umana, da un certo punto di vista, ma per un altro verso “essa apparteneva a un ordine di creature sovrannaturali, da noi mai vedute, ma che tuttavia ricosciamo, estasiati, quando qualche esploratore dell’invisibile riesce a captarne una e portarla, dal mondo divino dove lui ha accesso, a splendere per un istante sul nostro”. Possiamo annoverare Proust tra questi esploratori.
