di Davide Natale

Ci sono piccole grandi cose che segnano la differenza, tracciano un prima e un dopo. Come i momenti che divengono giorni, e i giorni che si sommano in esistenze. Piccole cose, per l’appunto.
Pochi giorni ancora e mamme, papà, zii e nonni, in un andirivieni caotico, metteranno in scena l’antica tragedia a tutti noi nota, con le parole che sappiamo e la musica che sappiamo, di un primo atto che risuona con i noti: ‘Giuliaaaaaaa, sbrigati che facciamo tardi’ – ‘Alessandroooooooooo, ancora col pigiama sei?’ – ‘Matildeeeeeeeeeee, svegliaaaaaaaaaaa, sono le sette. Stasera a letto prestissimo, non è possibile ogni mattina la stessa storia’, e di un atto secondo, ancor più tragicomico che suona con frasi altrettanto familiari – ‘Ma guarda tu come ha parcheggiato questa qua’ – ‘Ma hanno chiuso anche questa strada, ma proprio oggi, maledizione’ – ‘Signora, porca miseria, non può parcheggiare in mezzo alla strada’, mentre intorno il coro di clacson e motori roboanti accompagnano la scena in un crescendo drammatico. Poveri i nostri bambini infagottati, chili e chili di zaini a spaccar le schiene ricurve, trascinati da mani grandi a controbilanciare le zavorre.
E così, per mesi e mesi, andrà in scena nel teatro di città, ogni santo giorno che verrà, l’antica recita del matinée, personaggi in cerca di un autore che inizia a proscenio spalancato, in cui la fusione perfetta di realtà e finzione genera il dramma, per scoprirci tutti autori, attori, personaggi della medesima rappresentazione.
Oppure no, oppure quest’anno no. Per quanto tardivo, certamente tardivo, si può cambiar ancora cartellone, si può mettere in scena una rappresentazione diversa, disarmante, altra, con una riscrittura sia del copione che della sceneggiatura, come un atto d’imperio della necessità, frutto di una coraggiosa e sapiente regia che voglia collocarsi altrove, fuori dal già vissuto, dal già rappresentato.
Ma non si spengono le luci, il proscenio è aperto. Nessun applauso saluta l’inizio. Dal loggione, un mormorio, disturba il silenzio, per chi crede che c’è realtà e c’è finzione.
