di Vittorio Alessandro

Alle tre del pomeriggio di quel 27 settembre 1971 il cielo di Porto Empedocle si gonfiò e, come nella descrizione che apre “Il corso delle cose” di Andrea Camilleri, «da levante carriche nuvole d’acqua arrancavano verso il paese appena visibile ai piedi della collina sulla quale loro si trovavano».
Dall’altra parte, come nel romanzo, Capo Rossello, distante qualche chilometro a ponente, «spiccava controluce, scura, sullo specchio calmo, arrossato». E chissà: forse Capo Rossello si chiama così per il colore del tramonto. Se così fosse, il nome glielo abbiamo dato noi che lo guardiamo da levante.
Era un lunedì d’una estate appena finita e, a quei tempi, l’anno scolastico iniziava soltanto quando le cicale avevano smesso del tutto di frinire. Cominciò a piovere piano piano, ma il colore ramato del cielo fece dire a un pescatore: «Chista è acqua ca fa dannu».
Così fu: quella pioggia lieve si trasformò in breve tempo in un diluvio di molte ore.
Se sulla collina di marna sopra il paese fossero rimaste le poche case e i campi coltivati che confinarono la mia infanzia fino agli inizi degli anni Sessanta, quella pioggia sarebbe stata inghiottita dalla terra e si sarebbe fatta grano, restuccia e pascolo per le bestie: i lavuri, diceva mia nonna Concetta, che quando rideva metteva le sopracciglia ad accento circonflesso.
I lavuri sono le coltivazioni di grano e a settembre, dopo la stagione arida e passata la festa di San Calogero, mia nonna recitava:
«Signuruzzu chiuviti chiuviti
ca i lavuri su’ morti di siti.
Mannatini una bona,
senza lampi e senza trona».
Quella pioggia fu invece una catastrofe.
Negli anni delle industrie e del porto il paese, raggiunto dal sogno della metropoli, aveva trasformato la sua parte alta, Piano Lanterna, in un dedalo di asfalto e di palazzi alti e sghembi, senza servizi e senza fognature. Gli ascensori, però, con sole dieci lire salivano fino ai piani più alti di quei brutti edifici dalle cui finestre, nelle giornate giuste, lo sguardo spazia fino a Pantelleria.
Anche questo scombinato amalgama siamo noi e, come scriveva Cesare Pavese, «Quale il mio paese, tale io».
Su quelle strade lisce l’acqua non trovò più terra da dissetare; non trovò il torrente che l’avrebbe portata al mare, perché i tombini erano chiusi o ostruiti, e scivolò all’impazzata verso il paese basso.
Passò come un fiume, distruggendo ogni cosa sul proprio percorso: case minuscole appoggiate sulla marna, con l’ingresso direttamente sulla via e sulle altre case; negozi con la merce esposta più sulla strada che all’interno. Era il cuore del paese.
In un servizio realizzato quarant’anni dopo per Teleacras da Pietro Fattori scorrono fotografie dell’epoca e le testimonianze di chi visse quei momenti. Le interviste furono raccolte di sera, e il buio che avvolge i volti e le strade sembra voler aggiungere drammaticità a un racconto che non ne avrebbe bisogno.
«Mia sorella aveva appena preparato il caffè», ricorda una signora, «e quando spinse lo sguardo oltre la finestra, per lo spavento lasciò cadere il vassoio delle tazzine. Dalla collina scendevano automobili trascinate dalla corrente. Una di esse si era messa di traverso nella scalinata e aveva fatto da diga al fiume di fango che precipitava verso il centro del paese».
La signora Sara proprio quel giorno si era sposata in municipio.
Mi racconta: «Eravamo ancora vestiti da sposini perché avevamo pranzato dai miei suoceri e, proprio mentre rigovernavamo, si aprì il cielo. Cominciò a pioverci dentro casa e, per il timore che il tetto cedesse, ce ne andammo sulla strada. Dal punto rialzato in cui ci eravamo riparati vedemmo passare non soltanto macchine, ma le suppellettili delle case».
La fiumana, infatti, prima di distruggere le abitazioni, le svuotò di ogni cosa e la signora Sara vide così passare materassi, sedie, indumenti, cimeli ormai smembrati e profanati di vita quotidiana.
Le persone, per fortuna, si salvarono. Se quel disastro fosse accaduto di notte, l’acqua avrebbe portato a mare anche i corpi.
Qualcuno venne tratto in salvo da un canotto. Altri cercarono scampo sfondando il soffitto e rifugiandosi nel solaio, mentre l’acqua invadeva i piani bassi.
Dai luoghi più al sicuro, venivano lanciate corde alle persone rimaste aggrappate in balia della corrente che le investiva con oggetti, le denudava, cercava in tutti i modi di portarle via.
Alla fine, rimasero solo macerie e fango, rovine di una vita ormai irriconoscibile: trecento famiglie rimasero senza casa, molti negozi furono cancellati.
In un articolo apparso giorni fa sul Foglio, Giuseppe Governale rievoca gli interventi che seguirono al terremoto di Gibellina e si chiede: “Quale futuro può davvero esistere quando il passato viene separato dai luoghi, dalle abitudini e dalle vite che lo custodivano?”.
La nuova Gibellina, spiega, fu ricostruita a quindici chilometri dai ruderi. Anche a Porto Empedocle non si pensò a ricostruire, ma piuttosto a sostituire, a traslare, e le famiglie vittime dell’alluvione furono trasferite in un ordinato gruppo di case che assunse il nome della provvisorietà: Grandi Lavori.
Oggi Grandi Lavori è un quartiere dormitorio che nessuna amministrazione ha saputo vitalizzare: cambio radicale di scenografia e creazione di un non-luogo dove, dice Governale, la gente resta a guardare e non sa neppure dove sedersi.
Le vecchie case non ci sono più, oppure ne resta in piedi qualche scheletro. Nell’intrigo di appalti, interessi e insipienza, si decise di abbattere circa il 60% degli edifici danneggiati nel rione Forni. Così scomparve una parte storica della città e cambiò profondamente l’assetto urbanistico di Porto Empedocle.
Al loro posto un enorme parcheggio multipiano, ecomostro mai ultimato e aperto soltanto ai rifiuti e ai nascondigli, grigio monumento alla dimenticanza.
E pare che proprio la rimozione sia il rimedio scelto dal paese in cui vivo. Subito dopo l’alluvione, la crisi energetica del 1973 condannò l’industria: la Montedison rimase stentatamente aperta per altri dieci anni, poi chiuse i battenti. La strage di mafia del 1986 sancì il nuovo potere sanguinario della Stidda e, dieci anni dopo, fu smobilitato il mercato ittico all’asta. Il porto andò in rovina.
Fra le case fortunosamente risparmiate dall’alluvione ce n’è una, in via Carmìna, il cui balcone in primavera si copre del verde dei rampicanti.
Vi abitavano gli zii di mio padre, anche loro trasferiti ai Grandi Lavori.
Lui, lo zio Edoardo, faceva il sarto. Aveva difficoltà del linguaggio ma non gli mancavano gli amici. Elegante, con un cappello grigio di stile classico, non si rassegnò a vivere nel nuovo quartiere e ogni giorno, dopo pranzo, tornava nella vecchia casa per farvi il sonnellino pomeridiano.
Lì lo trovarono, nella casa sguarnita dove era soltanto rimasto un letto.
Fuori, le piante rampicanti avevano già ricoperto le imposte.

