di Vito Bianco

“La morte è sempre all’ordine del giorno”, ho scritto sul mio taccuino elettronico. Pochi mesi dopo Paolo Virno se ne parte anche Carlo Ginzburg, quasi certamente il più grande storico italiano e non solo dell’ultimo mezzo secolo, con Adriano Prosperi, suo amico e sodale, a un’incollatura. Ha raccontato Prosperi dell’immancabile domanda ogni volta che si incontravano: “Allora, dimmi, a cosa stai lavorando?”, a testimonianza di una passione contagiosa, felice, stimolante per il mestiere che non conosceva pause. I due avevano studiato negli stessi anni alla Normale di Pisa e si erano poi ritrovati a Bologna, dove quasi subito avevano organizzato un seminario congiunto il cui frutto, recentemente ristampato da Quodlibet, è il magistrale, vertiginoso ed eccitante Giochi di pazienza, un seminario intorno a un controverso testo devozionale del sedicesimo secolo, il cosiddetto Beneficio di Cristo.
Io non so dire con precisione cos’è che rende irresistibile la lettura dei saggi di Carlo Ginzburg. Potrei chiamare in causa la sapiente struttura narrativa, o il metodo indiziario, sul quale ha scritto pagine memorabili; o ancora la capacità di mettere in connessione autori e ambiti disciplinari che sembrano tra loro lontani e inaccostabili, o quella di illuminare con una luce nuova angoli di conoscenza su cui sembrava non ci fosse più nulla da dire. Il segreto sta forse nell’interazione calcolata di tutti questi elementi, e di altri meno ponderabili. Due motti ha tenuto sempre presenti lo studioso Ginzburg: la definizione nicciana della filolologia come lettura lenta, e la lezione di metodo racchiusa in una frase di Warburg: “Il libro che ti serve si trova accanto a quello che stai cercando”.
Per lui la ricerca era un’avventura, i libri un itinerario di scoperta dagli esiti imprevedibili. E questo perché aveva molto presto fatto saltare i confini disciplinari, con grande scadalo dei severi guardiani del triste bon ton accademico, spaziando con rigore e euforia dall’etnologia alla storia dell’arte (il gran libro su Piero della Francesca), dalle origini dello straniamento letterario a Machiavelli (Nondimanco). Cosa posso dire ancora per convincere quelli che non l’hanno letto a farlo? Vediamo. Potrei dire…Posso dire questo: mi fa rimpiangere di non essere andato all’università (magari a Bologna, nell’anno di quel seminario…). Basta?

Di Bac Bac