di alfabeta

Un esperimento che oltrepassa la sfera delle scienze penali e interpella l’inesplorato, secondo l’oscura dichiarazione del Presidente del Tribunale: una detenzione a tempo indeterminato in una cella di isolamento e un televisore sempre acceso. Una ricerca sul confine, sul suo attraversamento, qualcuno ha commentato allora, ma i miei ricordi sono sempre più sfocati.
So che avrebbero dovuto fucilarmi subito dopo la lettura della sentenza, al tramonto.
Lo schermo, che occupa l’intera parete di fronte al letto è sempre acceso e trasmette solo filmati in lingua originale. Sono inquadrature fisse di strade riprese dall’alto alternate a primi piani di volti isolati nella folla. L’audio, che posso regolare, lo tengo ormai quasi sempre spento.
Vedo luoghi diversi, città diverse, sconosciute, paesi di tutto il mondo.
Passano facce annoiate, spensierate, attonite, facce corrucciate di vecchi dimenticati sui marciapiedi, sguardi incolleriti, acuminati come coltelli, e saluti, sorrisi, liti insensate, inseguimenti, coppie abbracciate che appaiono e scompaiono nella folla.
Ogni tanto qualcuno fissa la telecamera e parla in una lingua quasi sempre sconosciuta. A volte si vedono palazzi crollati e macerie, bambini che accendono fuochi nelle discariche.
Possono essere passati due anni o venti dall’inizio della detenzione.
Tutto si confonde, il prima e il dopo, la notte e il giorno, la fatica di capire cosa succede fuori e il riposo. Ho perso la misura del tempo, come nei sogni.
Adesso l’uomo sta guardando la telecamera e fissa proprio me. Lo riconosco subito. Il Presidente del Tribunale dice di aspettarmi per un’ultima formalità in fondo alla strada, davanti l’ingresso della Multisala. È proprio a me che si rivolge sul lungo viale che taglia in due la città, quel fiume di asfalto e cemento che avevo dimenticato, come la voce metallica del Presidente che comunica la fine dell’esperimento.
Non ci pensavo più. Il mondo è ormai per me questa cella e le immagini sullo schermo. Uscire è come tornare in una vita precedente, con gli altri, che non mi hanno dimenticato e non possono perdonarmi.
Nella luce abbagliante della strada mi muovo con prudenza. C’è vento, vedo ondeggiare le lenzuola stese ai balconi e oscillare in alto le cime delle palme. Cammino a passi lunghi e lenti, osservo le facce delle persone, i loro sguardi che mi oltrepassano, che sembrano mettere a fuoco qualcosa alle mie spalle, la fuga dei palazzi, il cielo dove volano i gabbiani. Mi rivedo invecchiato nel riflesso di una vetrina.
Sembra che tutti vadano in fretta, o forse sono io che mi muovo troppo lentamente, anche quando il Presidente senza salutarmi, anche lui senza guardarmi, mi accompagna in una piccola sala vuota in attesa della proiezione.
Nel buio e nel silenzio lo schermo si illumina all’improvviso.
Vedo che mi tolgono la giacca, mi fanno inginocchiare. Mi hanno rasato, come fanno solo nei manicomi e con chi deve essere giustiziato.
Quel pomeriggio non ti sei visto, dice il Presidente, avevo fatto togliere tutti gli specchi.
Quando lo schermo si spegne, nel buio della piccola sala risuona solo la sua voce.
Da allora nessuno ti ha più visto e nessuno può più vederti: sei libero. Comunicartelo è solo una formalità.

Di Bac Bac