di Alfonso Bellavia

La notte è calda, una di quelle in cui il mare sembra muoversi appena, come se respirasse piano. Un venticello leggero sale dalla balaustra e porta odore di sale e gelsomino.
La cabina Dj è soffocante, un vecchio e rumoroso ventilatore sposta l’aria calda da una parte all’altra. A ogni giro quell’aria mi sfiora il viso e mi lascia addosso una strana sonnolenza.
Arriva lei.
Piccola, i capelli raccolti in fretta, gli occhi grandi, più vivi di quelle stupide luci sempre uguali.
«Me lo metti?»
«Ancora questo?»
«È la mia preferita.»
La solita canzone smielata che ogni volta mi fa venire voglia di buttarmi in mare pur di non sentirla.
«Lo so.»
«Allora mettila.»
Prendo il disco tra le dita.
Lo sollevo controluce.
Poi, senza dire niente, lo lancio oltre la terrazza.
Il vinile disegna un arco perfetto e sparìsce nel buio.
Lei lo guarda sparire
«Ma… perché l’hai fatto?Non era rotto.»
«Adesso sì.»
Abbassa gli occhi e si infila tra la folla.
Stavo quasi per andare a cercarla quando la porta della cabina si spalanca. Entrano Baffo e Cesare.
«E voi che ci fate qui?»
Baffo ha quella faccia dura che gli viene quando decide di essere serio.
Cesare ride, ride sempre. La sua non sembra nemmeno una risata.
«Ci devi seguire.»
«Dove?»
«È in corso un processo contro di te.»
Scoppio a ridere.
«Un processo? Contro di me? E per quale delitto?»
«Non fare lo spiritoso.»
«E di cosa sarei imputato?»
«Vieni e basta.»
«Dove si tiene questo processo?»
«A casa di Peppe» risponde Baffo.
« Ah…Ho capito.»
Mi accoglie un salone enorme, ma con poca luce e un gran caldo. Al mio ingresso cala il silenzio .
Baffo mi indica la sedia al centro.
I loro sguardi sono tutti puntati su di me.
«Ma che salone enorme!» Ride la memoria.
«Fatti i fatti tuoi. Io lo ricordo così.»
«E allora non accusarmi che non funziono.»
In fondo un gruppo di ragazzi accovacciati mi guarda eccitato. Scrutano il mio viso in cerca di qualche segno di preoccupazione.
Si apre una porta.
Arriva lui, con il suo faccione sorridente.
Con passo deciso attraversa la stanza e si siede al centro.
Gli sguardi dei ragazzi si spostano da lui a me e poi di nuovo a lui, come se aspettassero che accadesse qualcosa. Quello di Peppe, invece, rimane appicicato a me.
Sembra tutto studiato apposta.
Anzi, conoscendo Peppe, lo è»
La voce di Baffo interrompe quel giochino di sguardi:
«Siamo qui per processare l’Imperatore. L’accusa è di aver fatto la spia per Brillantina Linetti.»
Accanto a me, Cesare il mio difensore, mi stuzzica.
«L’Imperatore!»
«Imperatore di cosa?»
Giù risate.
Peppe si alza .
«Silenzio.»
Basta quella parola.
Le risate muoiono all’istante.
Lo fisso. Lui sa che non è vero niente. Questo processo è soltanto il suo modo di farmela pagare per quel “Burattinaio”.
Baffo continua con la sua arringa.
«I rapporti con Brillantina Linetti erano continui. Queste sono …. »
«Io non ricordo niente delle accuse che fa. Io sono la memoria. Qualcosa dovrei ricordare.»
Qualcuno urla qualcosa.
Qualcun altro applaude.
«Colpevole!»
«Colpevole!»
Guardavo Peppe.
Guardavo Baffo.
Guardavo Cesare.
.Ma era come se non li vedessi.
Nella mia mente ronzava soltanto quel disco.
Lo vedo volteggiare nel buio.
Sempre più lontano.
Sempre più piccolo.
Poi il rumore secco contro gli scogli.
«Hai trattato male quella ragazzina.» Dice la mia memoria.
«Era solo un disco.»
«Per te. Non per lei»
«Non l’ho mica insultata.»
«No.»
«E allora?»
«Per lei era importante.»
«Ma tu perché non ti comporti come fanno tutte le memorie e non ti limiti a darmi i ricordi quando mi servono?»
«Io non sono le altre memorie. Io sono la tua memoria.»
Per un attimo non sentii più né Baffo né le urla della sala.
Solo il mare.
E quel disco che non finiva mai di cadere.
immagine: Giuseppe Agozzino, tecnica mista
