di Vittorio Alessandro

Alla mia età gli amici sono tutti presenti, anche quelli andati via. È comprensibile: con gli anni il passato appare come un paesaggio al tramonto, quando la luce bassa esalta le ombre e i particolari. Giorni fa sono tornato sull’impervia spiaggia di Cannicelle e il mare era quasi fermo.
Ci andavo da ragazzo con la mia famiglia, guadando con le borse sulla testa il tratto di mare di Monte Stella. Non solo il mare: anche la selenite della montagna e le case lontane parevano ferme a tanti anni fa.
Alla mia età si vive sospesi tra la nettezza dei ricordi e l’incertezza del presente, nel tentativo di ricomporli con l’urgenza necessaria dei sentimenti. Dario, su uno scoglio a pochi metri dalla riva, come me tanti anni prima, contava i granchi che facevano capolino tra mare e cielo per poi correre a nascondersi.
Anche l’amicizia è lì, tra mare e cielo, pronta talvolta a nascondersi.
Di ogni amico conosco il peso. A Gino Bonomo ho chiesto se potessi rivolgergli una domanda stupida e lui, filosofo madonita, misurato e ironico, ha replicato: «Non ci sono domande stupide; semmai sono stupide le risposte».
Come continua la vita, gli ho chiesto, quando uccidono un tuo amico?
Può accadere che qualcuno a cui sei profondamente legato si fidanzi — come capitava un tempo —, che si ammali, che parta o che entri in banca. Ma come continua la vita se te lo uccidono?
L’ho chiesto a Gino, che con Peppino Impastato e Mauro Rostagno ha trascorso giornate e notti intere, ha mangiato e ballato, ha giocato a guardie e ladri con la polizia.
«Succede che te li porti dentro», ha risposto. «E siccome hanno trascinato via anche un pezzo di te, la vita continua con un passo più grave: il loro peso e la tua amputazione».
L’amicizia è questo: indossare la vita dell’altro, o lasciarsi indossare. Quando i Greci stanno soccombendo, Patroclo — che non ha la forza pura di Achille, ma è pietà e moderazione — gli chiede di indossare la sua armatura per respingere i Troiani: entra letteralmente nell’amico. «Patroclo giace morto e io vivo ancora», dirà poi Achille, deturpandosi il volto con la cenere davanti al mare di Troia.
Mario Mazzeo aveva mani straordinarie. Poiché non vedeva (nato ipovedente, era poi diventato cieco), le usava per sentire, appoggiandole delicatamente. Avrebbe potuto farlo anche sul mio volto, per leggere l’espressione di quel giorno, perché ogni giorno ne abbiamo una diversa.
Anche Queequeg del “Moby Dick”, nel letto di una stanza di un’osteria del porto, getta nel sonno il braccio addosso a Ishmael, e lui scrive una delle frasi più belle e spiazzanti: «You had almost thought I had been his wife», si sarebbe quasi detto che fossi sua moglie.
All’Istituto “Augusto Romagnoli” di Roma, Mario formava gli insegnanti di bambini ipovedenti. È considerato una delle figure più importanti nella storia della tiflologia (la scienza che studia le condizioni e i problemi dei ciechi) e della pedagogia speciale in Italia.
Andavamo al cinema e io dovevo descrivergli le immagini, sfidando la giusta reazione degli altri spettatori che mi sentivano parlare: non mi sembra azzardato dire che guardavamo il film insieme.
E insieme leggevamo: ho letto con i suoi occhi, per esempio, il Discorso sulla stupidità di Robert Musil e Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes.
E gli piacevano i coltelli, come tutto ciò che avesse a che fare con l’uso delle mani: i coltelli sono affascinanti, come del resto anche i Tagli di Lucio Fontana, e mi affascinava un discorso che, ai tempi del referendum sul divorzio, ripeteva spesso: l’importanza di sapersi separare continuando ad amare.
Mario è morto nel 2001. Negli ultimi anni ci siamo allontanati per ragioni che non ho mai compreso del tutto, ma che credo abbiano a che fare con i granchi che a un tratto si nascondono, tra cielo e mare — anche questo ha a che vedere con l’amicizia, che è difficile descrivere. Quella che un tempo faceva andare i maschi a braccetto, o li sorprendeva mano nella mano nei momenti più difficili.
A volte, mi viene in mente di chiamarlo e dirgli, per esempio: «Sai, ho appena letto “Storia di un’amicizia” di Ermanno Cavazzoni, che parla della sua con Gianni Celati, mi piacerebbe leggerlo con te».
Ecco, l’amicizia è l’idea che Mario abbia qualcosa da dirmi, ma niente di eccezionale: come quel Paddy Dignam dell’Ulisse di Joyce.
Tutti vorrebbero che, riapparendo agli amici che lo hanno appena salutato al funerale, Paddy abbia rivelazioni straordinarie sul mondo di là e grandi pensieri sul significato della vita. Lui, invece li prega di avvisare il figlio che la scarpa che egli sta cercando è sotto il letto e che è ora di portarle tutte e due a risuolare, visto che i tacchi sono ancora buoni.
Ho saputo ieri che a Mario Mazzeo è stata intitolata una scuola elementare, e chissà che a quei bambini qualcuno non insegni che si può toccare accarezzando, e non soltanto gli oggetti.
