di Pepi Burgio

Rileggo dopo più di quarant’anni Jakob von Gunten di Robert Walser, un romanzo-diario che narra di un giovane appartenente ad una nobile famiglia decaduta che per oscuri motivi va via da casa e si iscrive all’Istituto berlinese Benjamenta, condotto dal signor direttore, l’arcigno Benjamenta, appunto, e dalla sorella, la delicata signorina Lisa, unica insegnante della scuola poiché gli altri suoi colleghi, pur dati per presenti, ma attraverso una surreale connotazione onirica, o dormono o sono morti. Ma cosa si impara nell’Istituto? Nulla che non corrisponda all’apprendimento di un corretto comportamento imperniato sulla pazienza e l’ubbidienza, propedeutiche al possesso dell’arte raffinata del servire.

            Alla capacità di sapere attendere, sostenuta e nutrita dalla pazienza, virtù cristiana nonché fondamento della religiosità orientale, Walser, per bocca di Jakob, riserva accorati accenti lirici: “Una cosa sola so di preciso: noi aspettiamo! Questo è il nostro valore. Sì, aspettiamo e nello stesso tempo tendiamo l’orecchio verso la vita, verso quella pianura che si chiama mondo, verso il mare con le sue tempeste.”.

            Sin dalla prima pagina del suo diario Jakob si mostra consapevole che da simile Istituto lui e i suoi compagni non potranno se non destinarsi ad una vita futura angusta e subordinata. Eppure Jakob avverte subito come un insolito senso di contentezza; e nonostante l’ambiente richiami “l’aspetto di una tana da sorci o da cani”, gli piace. Anche indossare l’uniforme del collegio rispecchia per Jakob l’ambiguità che lo definisce: l’uniforme – dice – ci umilia e ci esalta, poiché se è vero che statuisce una limitazione della libertà, implicando una certa quota di mortificazione, tuttavia protegge dalla vergogna di chi è costretto ad andare in giro con abiti sporchi e laceri.

            Un attributo, enigmatico, da Jakob utilizzato più volte nelle pagine iniziali del romanzo, definisce lo svolgimento dell’opera che anticipa di alcuni anni Il Castello di Kafka, affidando al suo autore, Robert Walser, grande scrittore e poeta svizzero di lingua tedesca, il compito di scardinare le acquisizioni dell’idealismo prima e del positivismo poi; ponendo inoltre in questione l’individuazione di ipotesi di costruzione di senso, di un ordine che in qualche modo ne riscatti l’inconsistenza.

            Jakob descrive, con poche efficaci battute intrise di ironia, la propria mutevolezza ogni qualvolta si rapporta ai suoi compagni e al burbero, odioso signor direttore Benjamenta: “no, nel signor direttore non c’è niente di bello, niente di magnifico, ma si sente che quell’uomo ha dietro di sé lunghe vicissitudini, gravi colpi del destino; ed è questo elemento umano, questo elemento quasi divino a farlo bello. I veri uomini, gli esseri autentici non sono mai belli”. E prima ancora distende la sequenza riservata ad alcuni strampalati convittori: Heinrich (vuol fare il paggio), poggia la sua fortuna nell’essere, però soltanto fino a un certo punto, ottuso. Ma tutto in lui “è innocente, placido, felice”; Schacht (vuol fare il violinista), è un tipo strano, che “ride spesso, ma poi tutt’a un tratto cade in un malinconico languore”; e Kraus, il primo ragazzo conosciuto da Jakob, scambiato all’inizio per una scimmia, mentre successivamente, grazie al prorompere di “una personalissima indole”, si fa rà apprezzare di una stima profonda. Kraus, in perfetta sintonia con le finalità dell’Istituto, aspira a diventare un servo, vuole porsi al servizio di un signore, incarnando ad un livello estremo di coerenza quel piacere di servire che secondo un certo approccio critico è il solo, vero leitmotiv del romanzo; che inevitabilmente si offre ad un ventaglio di interpretazioni psicanalitiche circa le questioni dell’espiazione e della colpa, e sbarra la strada alla lettura ottocentesca di una presunta natura dinamica del servizio.

            Alla figura di Kraus, Walser riserverà un’attenzione particolare dedicandogli alcune pagine intense, dirette a metterne in luce, nella sua spontanea, immediata vocazione a servire, nella sua nullità, la personificazione di “un’autentica opera divina”. Kraus, campione cristiano e perfetto idiota, alla maniera della definizione pasoliniana della beatitudine non farà nulla per affermare sé stesso; egli, scrive Walser, “non ha altro pensiero che aiutare, ubbidire, servire, e ognuno se ne accorgerà subito e lo sfrutterà, e in questo sfruttarlo c’è una tal luce di aurea, divina giustizia, risplendente di bontà e di chiarore”.

            Alla fine del romanzo Jakob sarà l’unico a rimanere fedele al signor direttore Benjamenta, in fuga dall’Istituto verso un improbabile deserto, in seguito alla morte della sorella e al rovinoso sfacelo del convitto. Il romanzo, nella sua interezza, rimanda all’illuminante saggio-postfazione di Roberto Calasso, che si misura con la cifra poetica presente, a suo giudizio, in tutti i romanzi di Walser. Ovvero il rivelarsi, nel servire, della “possibilità suprema di vita”. Walser ha sempre prediletto ruoli di gregario, di subalterno, e, “come più alta ispirazione”, di domestico. Lavoro, meglio missione, questa, realmente esperita dall’autore di Jakob von Gunten negli anni precedenti alle frequentazioni berlinesi di letterati ed artisti. Prima cioè che l’inspiegabile insuccesso dei suoi romanzi preludesse al ritorno in Svizzera e al successivo ricovero, per 27 anni, presso una clinica psichiatrica. Lo scrittore, il cui talento venne avvertito dal gotha della cultura europea del tempo (Elias Canetti, Walter Benjamin, Robert Musil, Franz Kafka, etc.) a quest’ultimo ha consegnato,  oltre ad alcune figure che affollano la scena del suo universo poetico, financo le categorie costitutive della sensibilità del Novecento.

            Assai più che la descrizione delle turbolenze, delle scissioni emotive e cognitive di Jakob, a Walser interessa affermare, sempre a giudizio di Calasso, il carattere illusorio della coscienza, la progressiva “erosione del senso” e la  conseguente indifferenza nei suoi confronti; fino a lambire la terra desolata, e insieme prospera, dell’insignificanza del reale. Non è poco.

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Immagine: Francisco Goya

Di Bac Bac