Dopo anni di scontri, un congresso monco e diversi ricorsi agli organi di garanzia del partito e alla magistratura ordinaria, il PD siciliano sembra aver avviato un percorso di ricomposizione. Ma qual è il dato politico dello scontro che ha ulteriormente rinsecchito un partito da sempre in difficoltà nella nostra regione? C’erano divergenze sulla linea politica? Sul programma, sulle alleanze, sull’organizzazione del partito, sulle prospettive della sinistra in Sicilia?

Ma quando mai! Nessuno di questi temi è mai stato oggetto di discussione e confronto in questo anno e mezzo di feroce polemica, a partire dal congresso regionale del maggio scorso. Non c’è stata alcuna divergenza politica, tant’è che, in diverse realtà locali, entrambe le correnti si sono accordate per promuovere giunte anomale. Si veda il caso eclatante della provincia di Agrigento, dove il PD, a larghissima maggioranza (con un solo voto contrario, quello del sottoscritto, in seno all’assemblea provinciale), ha concluso un accordo elettorale con il Movimento per l’Autonomia di Roberto Di Mauro (oggi indagato per corruzione e associazione a delinquere in relazione a diverse vicende legate ad appalti pubblici) e con Forza Italia di Riccardo Gallo (già vicesegretario regionale del suo partito e oggi indagato per corruzione nell’inchiesta che riguarda un settore della sanità siciliana e la gestione dell’ente regionale CEFPAS).
Si è trattato, dunque, soltanto di una lotta di potere tra le diverse correnti e i cacicchi che le guidano, impegnati a garantirsi un comodo seggio alle prossime elezioni politiche e regionali.
La soluzione escogitata, dopo tante polemiche, ha previsto un passo di lato dell’ex segretario regionale Anthony Barbagallo e la creazione di un direttorio coordinato dal deputato Peppe Provenzano, del quale farà parte un rappresentante per ciascuna delle due principali correnti che si contendono il partito: Anthony Barbagallo (ancora lui) per l’area Schlein e, molto probabilmente, Teresa Piccione per l’area Bonaccini.

Sicuramente ottima la scelta di Provenzano, la figura più autorevole del partito, una spanna sopra gli altri per competenza e cultura politica. Resta invece incomprensibile la riproposizione di Barbagallo, che evidentemente faceva parte dell’accordo alla base delle sue dimissioni: altro che gesto di generosità!
Una figura politica non proprio irresistibile, alla quale vanno addebitate diverse scelte sciagurate: dall’appoggio alla giunta di Raffaele Lombardo alla condivisione dell’esperienza di governo di Rosario Crocetta; dalla candidatura alle elezioni europee di Caterina Chinnici (oggi approdata in Forza Italia) all’autopromozione della propria candidatura nell’ultimo congresso-farsa, che ha provocato la diserzione di circa metà del partito; fino all’interlocuzione con un personaggio quantomeno strambo come Cateno De Luca, in vista di una sua eventuale candidatura alla presidenza della Regione.
Ma c’è un altro elemento rilevante da sottolineare: la scomparsa, dalla nuova segreteria (o comunque si chiamerà), di alcune delle poche presenze che avrebbero potuto rappresentare un timido segnale, da parte di Elly Schlein, della volontà di mantenere viva una residua speranza di rinnovamento del partito siciliano. Un rinnovamento delle pratiche politiche (basta con le clientele e i compromessi finalizzati alla spartizione di pezzi di potere), dell’organizzazione del partito (sarebbe ora di dire basta ai tesseramenti farlocchi gestiti dai feudatari locali), delle strategie (maggiore attenzione ai territori, per dare peso alla base e non ai cacicchi) e delle alleanze (per esempio, mettendo fine agli accordi con partiti del centrodestra, una prassi ormai diffusa in Sicilia nella maggior parte delle giunte in cui siede il PD).
Sarebbe questo un modo per provare a recuperare almeno in parte quella marea di voti e quell’immenso patrimonio di militanza politica che il partito ha perduto, soprattutto tra i giovani che oggi protestano rumorosamente di fronte alle incertezze che si addensano sul loro futuro.

Ora, senza pensare a stravolgimenti dell’organigramma, si sarebbe potuto almeno evitare di dare a questa operazione, studiata a tavolino da menti non proprio raffinatissime, un’immagine così marcatamente di apparato. Per esempio, si sarebbero potute mantenere nel direttorio due persone che si sono avvicinate al partito solo di recente, provenendo da esperienze di protagonismo nei movimenti civici e, quindi, in grado di contribuire a svecchiarlo e a renderlo nuovamente attrattivo almeno per una parte di quei giovani e lavoratori che oggi protestano animatamente e chiedono alla politica credibilità, non formule e pratiche che sanno di vecchio regime.
Mi riferisco a Valentina Chinnici e a Sergio Lima.
Valentina Chinnici, prima ancora che una figura politica, è un’intellettuale che ha dimostrato grande competenza, prima nel ruolo di consigliera comunale e poi in quello di deputata regionale. Ha tenuto alta la bandiera del PD all’Assemblea regionale impegnandosi, tra l’altro, a contrastare la politica delle mance elettorali ai deputati, fino a ieri ben accetta anche da parte degli onorevoli del PD. Inoltre, ha maturato la propria esperienza politica nei movimenti civici che hanno sostenuto una fase significativa dell’esperienza amministrativa di Leoluca Orlando, sicuramente il miglior governo della città di Palermo degli ultimi decenni (chi dovesse avere ancora qualche dubbio, guardi bene il disastro dell’attuale giunta Lagalla). Ha dunque tutte le caratteristiche per confrontarsi con autorevolezza con il nuovo protagonismo politico che sta emergendo in Sicilia.

Sergio Lima, invece, stato per anni un valido collaboratore di Claudio Fava, che ha affiancato fino all’ultima campagna elettorale per le regionali, per poi entrare nel PD in concomitanza con la discesa in campo di Elly Schlein. Forse, dopo Peppe Provenzano, è il punto di riferimento politico più qualificato e, direi, anche più credibile per l’area della segretaria nazionale. Conosce bene, per averle vissute direttamente, le realtà dei movimenti civici, delle organizzazioni giovanili, dei movimenti pacifisti e delle proteste sociali. È poi, ha senso dell’umorismo ed esercita volentieri l’autoironia: perle rare in un contesto di tale grigiore come quello del PD siciliano.
Escluderli dal nuovo organo di direzione regionale è stato un grave errore. Significa semplicemente rinunciare a due antenne sensibili, capaci di intercettare, comprendere e rappresentare le novità che stanno maturando nel nostro contesto politico.
Non proprio un bell’affare per il PD siciliano, che dimostra ancora una volta di non saper valorizzare adeguatamente le migliori energie di cui dispone.
