Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La prova per questo obbiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita. 
Enrico Berlinguer – 7 Giugno 1984, Padova

A differenza dell’elettore ideale immaginato dalla comunicazione politica contemporanea, che reagisce agli slogan e si identifica emotivamente con un leader, l’elettore di sinistra tende a problematizzare, a chiedere spiegazioni, a pretendere coerenza tra parole e fatti. Quando queste spiegazioni non arrivano e la coerenza viene meno, spesso non cambia semplicemente partito: smette di votare. 

Da mesi, nel cosiddetto Campo largo, si discute dell’eventualità di indire primarie per scegliere il candidato premier. Eppure, a pochi mesi dalle elezioni, non si intravede un confronto altrettanto serio sul programma, sulla visione del Paese e sulla strategia necessaria per costruire un’alternativa credibile di governo. 

È un limite tanto più grave perché le prossime elezioni potrebbero avere conseguenze profonde sugli assetti istituzionali e costituzionali del Paese. In questo contesto, la discussione su leadership e alleanze rischia di apparire come una disputa interna ai gruppi dirigenti, più concentrati sulla propria collocazione che sul progetto da proporre agli elettori. 

Ma il problema della sinistra italiana non è soltanto l’assenza di una strategia comune. È, prima ancora, la perdita di consapevolezza di chi dovrebbe rappresentare. 

Tra le forze che si contendono la leadership del “Campo largo”, né il Movimento 5 Stelle, ancora alle prese con le proprie ambiguità identitarie, né il Partito Democratico, sempre più simile a una federazione di correnti e interessi organizzati, sembrano aver compreso fino in fondo quale sia oggi il proprio riferimento sociale. 

Eppure, quel mondo esiste. È fatto dagli insegnanti, dai medici, dagli infermieri e dai lavoratori della scuola e della sanità che continuano a sostenere servizi pubblici sempre più fragili. Dagli operai, dai tecnici e dagli impiegati che vedono il proprio salario perdere potere d’acquisto. Dai ricercatori che alimentano l’innovazione e dai giovani costretti a emigrare perché l’Italia non sa valorizzarne il talento. Dai precari che vivono nell’incertezza e dai pensionati che, attraverso il prelievo alla fonte, contribuiscono fino all’ultimo centesimo alla fiscalità generale. 

È un mondo che non accetta che il mercato sia l’unico criterio con cui misurare il valore delle persone e delle scelte pubbliche. Che considera disuguaglianze sociali e crisi ambientale non come inevitabili effetti collaterali, ma come problemi politici da affrontare. Che rifiuta la logica della forza e dell’impero, qualunque sia la bandiera sotto cui si manifesti, e vede nell’Europa non una gabbia burocratica, ma lo spazio politico nel quale l’Italia può esercitare un ruolo significativo in un contesto globale dominato da grandi potenze. 

Per la stessa ragione, una forza di sinistra dovrebbe avere il coraggio di mettere in discussione l’aumento indiscriminato delle spese militari. La sicurezza di un Paese non si misura soltanto attraverso la quantità di risorse destinate agli armamenti, ma anche dalla solidità della sua sanità, della scuola, delle infrastrutture, della protezione del territorio e della coesione sociale. Ogni aumento della spesa per la difesa dovrebbe quindi essere sottoposto a una valutazione rigorosa delle priorità, dei costi e delle conseguenze, evitando che risorse pubbliche necessarie per affrontare emergenze sociali e ambientali vengano sottratte a questi obiettivi. Difendere l’Europa e la sicurezza collettiva non significa necessariamente accettare una corsa al riarmo: significa anche costruire le condizioni economiche, sociali e diplomatiche che rendano meno probabile il ricorso alla guerra. Questa posizione affonda le proprie radici nella tradizione storica del pacifismo democratico e internazionalista della sinistra, che ha sempre considerato la pace non come una semplice assenza di guerra, ma come il risultato della giustizia sociale, della cooperazione tra i popoli e della costruzione di istituzioni capaci di prevenire i conflitti.

C’è poi una questione che la sinistra ha troppo spesso accantonato: la questione morale. 

Non può esistere rappresentanza popolare senza rigore nell’esercizio del potere, né credibilità quando la gestione delle istituzioni si confonde con la costruzione di reti di fedeltà, correnti e carriere personali. La lezione di Enrico Berlinguer era semplice e radicale: la diversità della sinistra non doveva risiedere nelle dichiarazioni di principio, ma nel comportamento concreto di chi la rappresentava. Quando quella diversità viene meno, viene meno anche la fiducia. 

La domanda, allora, è semplice: chi rappresenta oggi questa Italia? 

È difficile sottrarsi all’impressione che nessuno lo faccia davvero. La sinistra continua a inseguire segmenti elettorali mutevoli, identità effimere e battaglie dettate dall’agenda del giorno, senza ricostruire un rapporto stabile con il mondo del lavoro e con chi sostiene quotidianamente il welfare e i servizi pubblici. 

La crisi, dunque, non nasce da un eccesso di radicalismo né da un difetto di moderazione. Nasce dall’aver smarrito il rapporto con coloro che vivono del proprio lavoro, producono conoscenza, pagano le imposte e chiedono a chi governa onestà, competenza e sobrietà. 

Da qui dovrebbe partire una scelta netta: rimettere il lavoro al centro della politica economica e sociale. Non attraverso dichiarazioni rituali, ma con un programma capace di redistribuire la ricchezza e riequilibrare i rapporti di forza tra capitale e lavoro. 

Occorre aumentare il potere d’acquisto dei salari, rafforzare la contrattazione collettiva, contrastare il lavoro povero e la precarietà e introdurre un salario minimo legale collegato a un sistema efficace di contratti collettivi. Occorre inoltre ridurre il carico fiscale sul lavoro dipendente e sulle pensioni, chiedendo un contributo maggiore alle rendite, ai grandi patrimoni e ai redditi più elevati. 

Una politica del lavoro deve affrontare anche una delle anomalie strutturali dell’economia italiana: la difficoltà a trasformare la crescita della produttività e della ricchezza prodotta in un miglioramento delle condizioni di chi lavora. I benefici della crescita non possono essere separati dalla loro distribuzione. 

Serve, insieme, un grande piano pluriennale di investimenti pubblici in sanità, scuola, università, ricerca, infrastrutture, edilizia sociale, trasporto pubblico, sicurezza del territorio, transizione energetica e riconversione industriale. Lo Stato non può intervenire soltanto per salvare imprese in crisi o assorbire le perdite quando il mercato fallisce. Deve tornare a svolgere una funzione strategica, orientando gli investimenti verso gli interessi collettivi e la creazione di lavoro qualificato. 

Lo stesso principio vale per i servizi essenziali. Sanità, acqua, trasporti, energia e altri beni fondamentali non possono essere trattati esclusivamente come merci. Dove il mercato non garantisce universalità, qualità e accessibilità, deve intervenire il potere pubblico. 

La sanità dovrebbe diventare una priorità nazionale: più personale, stabilizzazione dei precari, rafforzamento delle strutture territoriali, riduzione delle liste d’attesa e sviluppo della medicina di prossimità. Scuola, università e ricerca devono essere considerate investimenti strategici, non capitoli di spesa da comprimere. 

E poi la casa. Un piano nazionale di edilizia residenziale pubblica e sociale, insieme a strumenti per contenere gli affitti (come hanno fatto i socialisti spagnoli) nelle aree dove il costo dell’abitare espelle giovani e famiglie, sarebbe una misura concreta di politica sociale. Anche il diritto a vivere dignitosamente nella propria città è ormai una questione di classe. 

Questa dovrebbe essere la discussione nel «Campo largo»: non soltanto chi sarà il candidato premier, ma quale idea di economia, società e Stato quel candidato dovrebbe rappresentare. 

Le primarie possono essere uno strumento di partecipazione. Non possono però diventare il surrogato di una politica ancora priva di un progetto. Prima del nome viene il programma; prima della leadership viene la ragione per cui milioni di cittadini dovrebbero riconoscersi in una coalizione. 

Non serve una sinistra che chieda semplicemente di essere votata contro qualcuno. Serve una sinistra capace di dire per chi governa, quali disuguaglianze vuole combattere e quale società intende costruire. 

Solo allora le primarie avrebbero un significato: non una competizione tra aspiranti leader, ma la conclusione di un percorso nel quale gli elettori scelgono chi dovrà guidare un progetto chiaro e condiviso. 

Perché una sinistra senza una politica economica alternativa rischia di diventare soltanto una diversa gestione dell’esistente. E una sinistra che si limita a gestire l’esistente, alla fine, smette di essere sinistra.