di Alfonso Bellavia

Quando ripenso al passato ho sempre il sospetto di ricordarlo male. Ci sono momenti che riaffiorano sfocati, altri che non riesco più a vedere. Del resto sono passati quasi cinquant’anni. Il presente dura un attimo, poi scivola indietro e diventa memoria. 

«Ancora con questa storia?» dice la mia memoria. 

«Mi ricordi mio cognato.» 

«E chi sarebbe?» 

«Come chi sarebbe? Mio cognato Lillo.» 

Lo vedo nella cabina di proiezione. C’è sempre quell’odore di cellulosa e di polvere. I film arrivano in tante bobine. Lillo le unisce una dopo l’altra fino a farne una sola lunga pellicola. Poi fa il contrario quando arriva il momento di riconsegnarle. 

La pellicola si strappa. Il ronzio cambia. La coda libera frusta contro il proiettore con colpi secchi, irregolari. Lillo apre il vano. Un taglio. Una giunta. Rincolla i due lembi. Dalla sala fischi, parolacce. La pellicola torna tesa. Il film riparte. Poi il silenzio. 

«Tu fai lo stesso con i miei ricordi. Togli un pezzo qui, ne aggiungi uno là, metti insieme cose che magari erano successe a distanza di anni.» 

«E tu pretendi che io faccia miracoli.» 

«Che vuol dire?» 

«Vuol dire che io non sono il tuo archivio, che apri e chiudi quando ti pare.» 

Una cosa però credo di ricordarla. 

«Ecco. Vedi? Credi.» 

Comunque sia, è Enzo a trascinarci in quell’avventura. 

Arriva alle riunioni con fogli pieni di schemi, frequenze e numeri che nessuno di noi capisce. Li stende sul tavolo e parla e parla. 

L’antenna viene installata in uno dei punti più alti della città: il piazzale del Carcere Vecchio. Un castello arabo restaurato dai normanni e poi consumato dal tempo, ormai poco più di un rudere affacciato sui tetti. 

Il palo oscilla sopra le nostre teste. Gli sguardi restano inchiodati lassù. 

«Tiene?» chiede qualcuno. 

«Tiene» risponde Enzo senza staccare gli occhi dai tiranti. 

Quando l’ultimo tirante viene fissato parte un lungo applauso. 

Per un attimo rivedo la città sotto di me. I tetti. Il Rabato. Il mare. Il porto. 

Enzo accende il trasmettitore. 

Nella stanza si fa silenzio. Si sente soltanto il ronzio delle apparecchiature. 

Siamo tutti raccolti attorno a una vecchia radio. 

«Questa è la voce di Radio Rabato.» 

Partono urla, fischi e abbracci. 

Sembriamo a Cape Canaveral per lo sbarco sulla Luna. 

Mi volto verso Gero. 

«Ti ricordi il ciclostile?» 

«Come potrei dimenticarlo? Mi porto ancora addosso l’odore dell’inchiostro.» 

Indico l’antenna appena issata. 

«Ora le parole le affidiamo a lei.» 

«E al vento.» 

«Già.» 

Nessuno di noi sa come si fa un radiogiornale. 

Eravamo cresciuti tra manifestazioni di piazza, slogan e volantini. 

Urlavamo la nostra rabbia. 

La memoria ride. 

«E meno male che c’è Giovanni.» 

«Perché?» 

«Perché voi volete un megafono. Lui vuole una radio.» 

Giovanni arriva ogni mattina con i giornali sotto il braccio. 

Assieme alla redazione legge, corregge, verifica. Solo dopo decide quali notizie mandare in onda. 

Si arrabbia quando un fatto è urlato. 

Organizza la redazione, distribuisce le rubriche, sceglie la voce che deve leggere il giornale radio. 

Mi affida una rubrica: La città vent’anni prima. 

Vado in biblioteca a sfogliare vecchi quotidiani. 

Non ricordo più il titolo di un articolo su un villaggio agricolo nato in quegli anni. 

«Sempre la stessa storia.» 

 Borbotta la memoria . 

Sono rimaste soltanto due parole. 

Volano. 

Futuro. 

Vent’anni dopo quel futuro è ancora lì che aspetta di cominciare. 

«Ti ricordi Il Momento? Il preside?»  

«Come potrei dimenticarlo? Ne parlavo proprio poco fa con Gero.» 

«Poco fa?» 

«Quello è successo cinquant’anni fa.» 

«E lui che ci fa qui?» 

«Lui chi?» 

«Lui, Peppe.» 

È lì, immobile in mezzo agli occupanti della radio. 

Ti ascolta, ti dà ragione e, quando sei convinto di averlo persuaso, scopri che ha già deciso tutto. 

Con molti funziona. 

Con me no. 

Mi torna in mente la stanza del vecchio movimento studentesco. Le notti passate a girare quella manovella fino a farci venire le vesciche alle mani. 

Siamo partiti da un vecchio ciclostile. 

Appiccicavamo le parole sulla carta una alla volta, con le mani imbrattate d’inchiostro. 

Attorno a lui ci sono gli stessi ragazzi che fino a poco tempo prima avevano issato con noi l’antenna sul piazzale del Carcere Vecchio. 

«Non vi accorgete che siete soltanto dei burattini nelle mani di quel burattinaio?» 

Sento il brusio crescere. 

Per un attimo penso davvero che mi salteranno addosso. 

Due ragazzi si muovono verso di me. 

Poi si fermano. 

Uno abbassa lo sguardo. 

Quasi balbettando: 

«Mperatù… non possiamo.» 

Peppe sorride. 

Di Bac Bac