di Pepi Burgio

Elio Franzini, professore di Estetica alla Statale di Milano, università di cui in passato è stato rettore, nel corso di una conferenza tenuta alla Casa della cultura del capoluogo lombardo, ha sostenuto che uno degli aspetti della crisi dell’uomo contemporaneo risiede nell’aver rinunciato all’esercizio critico di uno sguardo che consenta l’emersione della qualità delle cose. Un uomo che non sa cogliere il senso delle cose è, musilianamente, un “uomo senza qualità”.

         Mi sono ricordato di ciò giorni fa, quando in occasione della inagurazione della bella mostra fotografica di Tano Siracusa – Magreb è il titolo – presso i locali finalmente adeguati del nuovo spazio espositivo, l’encomiabile Centro Pluridisciplinare d’Arte e Comunicazioni Visive di Agrigento, ho ripreso tra le mani una pubblicazione del 2010, Scattando incontro al tempo. Che, nonostante il titolo sembri alludere alla biografia di un centometrista, è invece un lungo libro-intervista in cui Vito Bianco sollecita abilmente i ricordi e le riflessioni di Tano, nell’occasione particolarmente ispirato; specie quando ripercorre le stazioni più importanti attraversate da una sensibilità che, ben prima di farsi poetica, linguaggio visivo mediante il controllo sapiente del mezzo fotografico, appare orientata, con l’ausilio della lettura di alcuni libri giusti e l’ascolto intenso dei cantautori italiani, verso “un’umanesimo di fondo, uno stare dalla parte degli sconfitti, dei perdenti e degli offesi”.

         Ma è soltanto agli inizi degli anni ’80, esaurite ormai del tutto le forme di un impegno politico sincero e generoso quanto velleitario, che Tano comincia a viaggiare per fotografare le periferie del mondo, i luoghi della marginalità e della povertà, della malattia e, in genere, della drammatica fatica di vivere. È in Marocco, nell’ ’84, dove si è recato per la terza di una serie di infinite volte, che inoltrandosi nelle regioni del sud – dopo essere stato in Tunisia e in Algeria – in compagnia di due amici e di un ragazzo marocchino, un pò guida e un pò interprete, incrocia in un villaggio circondato dal verde, alcune donne berbere con i bambini – gli uomini erano nell’oasi a lavorare – che invitano tutti in una casa poverissima dove gli viene offerto il the, la disponibilità per il pranzo e per trascorrere la notte. I quattro rifiutano con gentilezza l’invito e proseguono per il loro viaggio. È in questo modo che Tano ricostruisce la circostanza: “Mi colpì l’eleganza di quelle donne più ancora della loro ospitalità, quella grande misura di eleganza, che era poi una misura di cultura, di civiltà in un contesto così povero. Si trattava di una povertà molto diversa da quella che pure avevo visto attorno a me da bambino”. L’episodio, o meglio l’esperienza vissuta da Tano con profonda rifrazione emotiva, marca il legame, la religio, che anima l’intera sua evoluzione poetica: “Tornai in Italia stregato, completamente sedotto”. L’incontro con quella clamorosa, squisita povertà consolida le radici che stanno a fondamento del suo sentimento religioso della vita. Gli elementi che caratterizzano la psicologia dei poveri, scriveva Pasolini nel secolo scorso, “sono sempre in un certo qual modo puri, perché privi di coscienza e quindi essenziali”.

         Nelle fotografie, disposte da Tano secondo un ordine cronologico e circolare, è agevolmente coglibile l’inconsapevole adesione alle indicazioni auree suggerite da Henri Cartier-Bresson: “Fotografare è un atto tutt’altro che casuale ed irrilevante; un atto che esige concentrazione, disciplina spirituale, sensibilità, comprensione della geometria”. In Magreb, che raccoglie alcuni degli scatti realizzati in un arco di tempo molto ampio, dall’ ’83 al 2025, uno mi sembra preminente sugli altri indicati dal grande maestro francese, ovvero la disciplina spirituale che impronta, oltre alla poietica fotografica, anche i diversi amabili aspetti del suo stare al mondo.

Di Bac Bac