di Alfonso Bellavia

Un pomeriggio come tanti, appena un filo di vento. Dal forno qui sotto sale lento il profumo di biscotti, di mandorle, di zucchero, invade lo studio. Fruga prepotente nella memoria. 

Fuori rimbomba: «Dolcetto o scherzetto?» 

Loro hanno preso i nostri morti. Noi le loro zucche. Là, la morte non è un’amica con cui parlare. È qualcosa da scacciare. Da noi i morti sono di casa. 

Mi giro, mi rigiro nel letto. Gli occhi spalancati. Nell’aria, il gelsomino. Aspettavo quella notte. Ma se i nonni non sono ancora arrivati, perché il gelsomino? 

Mi copro fino al mento, resto immobile. Un respiro leggero, qualcuno si è seduto ai piedi del letto. Il cuore mi batte forte. 

«Siete qua?» 

 Silenzio.  

Poi una voce calda: «Siamo sempre stati qui.» 

Sul tavolo, il pane per chi torna. 

«E perché solo oggi?»  

«Perché solo oggi ci lasciano passare.» 

Resto in silenzio. Sono seduti ai piedi del letto, con quegli occhi che ricordo. 

«E perché mi portate sempre fucili e pistole?»  

La domanda resta sospesa nel buio.  

«Io ho paura della guerra.»  

«Non ci abbiamo mai pensato.» 

Solo l’odore dei biscotti nell’aria. 

In strada, bambini travestiti da mostri, un teschio, una strega. 

I nostri morti entrano in silenzio, si siedono ai piedi del letto. Portano doni, carezze. Li aspettiamo senza paura. 

Forse li sto aspettando anch’io. Chiuso nel mio studio. 

Accendo una sigaretta. Il fumo s’infila nella gola la graffia, la fa tossire. In bocca l’amaro della nicotina. 

Afferro un frutto di martorana dalle sembianze di un fico d’India e lo mordo. Verso del vino. Lo guardo scivolare nel bicchiere. I rintocchi del pendolo. Sempre gli stessi. 

Ancora, Dolcetto o scherzetto 

Nessuno verrà a trovarli stanotte. 

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Dipinto di Giuseppe Agozzino

Di Bac Bac