di Chiara Bessali

“Maghreb”, che nella nostra lingua é il termine con cui chiamiamo la nostra nazione, il Marocco, il tramonto e anche la quarta preghiera quotidiana, quella appunto dell’ora omonima, è anche il titolo della mostra fotografica di Tano Siracusa, che aspettavo di vedere da un po’.
Un incantevole viaggio fotografico di gesti, ombre, mani, sguardi, attese e spazi che conosco, che riconosco.
Di fronte alle fotografie in bianco e nero, riesco quasi a sentire il frastuono vivo delle medine, dei venditori ambulanti che raccolgono il ferro o vendono miele e datteri, il richiamo del muezzin per le preghiere quotidiane o il suono degli zoccoli dei muli e degli asini mentre il loro padrone ritira ciò che noi oggi definiamo “organico”, proprio come fanno a Castelbuono.
La mia immaginazione rumorosa è contrastata dal senso di attesa che alcune foto regalano,uno spazio ed un tempo quasi dilatati, tipici dei paesi del sud del mondo, quelli in cui il sole è così forte da vincere su tutto e su tutti.
E poi ancora una foto in cui i vapori ed i fumi delle bancarelle di Jamaa El Fna fanno da protagonisti.
Immagino di sedermi nella bancarella in cui nel cartello vi è scritto “chez Ali” o “chez Hassan”, e di iniziare la mia cena con una harira fumante, un piattino di olive speziate e a seguire, una Tanja (un’anfora di terra cotta rovente con uno spezzatino delizioso) che solo a Marrakech sanno fare.
La mia foto preferita è quella in cui due uomini di spalle si tengono per mano: un gesto di affetto, sostegno, protezione.
Accanto al mio senso di meraviglia e appartenenza per ciò che sto vedendo, inizio ad interrogarmi sul perché non ci sia nessun mio connazionale presente. Le risposte sono tante ed infinite le analisi che si possono fare, analisi a cui, una città come Agrigento non è ancora pronta, perché è presto, o forse troppo tardi per una città che a stento riesce a stare sulle proprie gambe e che barcollando può incontrare qualche difficoltà ad occuparsi anche degli altri.
Una prima causa è, secondo la mia esperienza, quella “dell’assorbimento”.
Se una città è apatica, lenta a reagire, lo è nella stessa maniera anche chi la abita, pure se non porta un cognome prettamente giurgintano.
Vale lo stesso per qualsiasi altra manifestazione di stampo culturale, letterario, musicale, rassegne varie, eventi manifestazioni o campagne elettorali passate o in corso in città.
L’accesso alla cultura non dipende solo dall’apertura delle porte, ma anche dal sentirsi considerati, coinvolti, adatti nonché “leggitimati” ad attraversarle.
Manca spesso una mediazione, una comunicazione che possa arrivare anche alle orecchie di chi – seduto/a sul bus numero 3 che da San Leone va verso Agrigento, dopo aver passato la giornata a pulire e riordinare le ville che gli Agrigentini vogliono pronte e sistemate per la bella stagione – non possiede le energie, il tempo libero, né gli stimoli necessari per partecipare ad ogni sfaccettatura di questa città.
Gli obiettivi primari delle prime generazioni migranti sono concreti: lavorare, mandare i soldi a casa, costruire sicurezza.
In tal contesto, l’arte potrebbe apparire come qualcosa di distante o secondario.
Quindi la precarietà riduce la possibilità di abitare il tempo in modo contemplativo e una mostra richiede proprio questo: tempo lento, disponibilità mentale, sensazione di avere diritto al tempo libero.
Chi ha accesso alla narrazione culturale di un paese? e chi resta confinato alla sola esperienza materiale della migrazione?
Anche durante la prima migrazione di italiani in America, essi rimasero per molto tempo ancorati al lavoro, alle tradizioni, alla cucina, alla famiglia da accudire, proteggere, mandare avanti, e al rapporto con il proprio paese di origine.
Per molto tempo, anche a New York, i musei, i teatri, le istituzioni artistiche americane non erano spazi frequentati da italiani immigrati.
Solo con le seconde, terze, quarte generazioni vi è la conquista di concetti come “capitale culturale”, “università”, o quel senso di leggittimità negli spazi artistici e culturali che la prima generazione non aveva il lusso di frequentare ed abitare.
Chi ha il diritto di provare nostalgia? Mio padre che ha vissuto quei luoghi, quel tempo amaro e dolce, Gaetano Siracusa che li ha attraversati e incorniciati con l’occhio attento di un viaggiatore del sud, cogliendo ciò che apparteneva anche alla Sicilia di un tempo, o io? Io che non ci sono neanche nata, ma ponte tra due mondi paralleli?
Forse tutti, tutti ne abbiamo il diritto.
E ancora chi può guardare il passato con poesia e chi invece potrebbe ricordarlo come qualcosa da cui salvarsi?
Agrigento è appena alla sua seconda generazione di immigrati che oggi occupano uno spazio particolare: abbastanza vicini da sentire la ferita della ghorba – il sentirsi straniero nel luogo in cui si vive – dei nostri genitori, ma abbastanza lontani da poter trasformare quella memoria in riflessione culturale.
Mi piacerebbe infine che tutti coloro che abbiano avuto il privilegio, come me, di ammirare questo viaggio fotografico, lo raccontino alla Fatima che assiste la loro famiglia, alla Nadia che si prende cura del loro appartamento, a Mohamed o a Rachid che sistema il loro giardino, e di magari accompagnarli in Via Bentivegna n 5, durante il loro giorno libero.
Si parte da qui!
Inchallah!

Di Bac Bac