di Alfonso Bellavia

Tutto inizia in un caldo pomeriggio di luglio. Peppe ci porta davanti a un portone enorme di legno massiccio a cui non avevo mai fatto caso. L’androne è soffocante, bombole dappertutto. In un angolo, mobili vecchi uno sopra l’altro: armadi sfondati, sedie rotte che spuntano penzolanti, lasciati lì da anni. La polvere e quell’odore di marcio ti fanno venire voglia di grattarti. Un tipo dal viso stanco, la pelle ambrata, non si capisce se di sole o di sudore misto a polvere. Ci osserva, come a dire: ma voi che ci fate qua. La canottiera una volta doveva essere bianca. Borbotta qualcosa, carica il cassone dell’Ape e all’improvviso parte, passandoci accanto senza curarsi di noi, accompagnato dal rumore metallico delle bombole che sbattono l’una contro l’altra. Saliamo una scala stretta, la ringhiera di ferro è arrugginita. La poca luce arriva dall’alto, da una specie di lucernaio. La sala è piena di vecchie sedie, una grande scrivania e una libreria mezza rotta. Alle pareti, stampe di vecchie elezioni locali. Un manifesto dai colori spenti mi colpisce. Ho la sensazione che la polvere scivoli via, i colori riprendano vita, che quei corpi avanzino compatti verso di noi, come se stessero per uscire dalla carta. Sento i loro passi, li sento cantare qualcosa che forse ho già sentito. Peppe ci guarda. «Ero a Pisa qualche mese fa. Non avevo mai visto così tanti studenti tutti insieme. A Trento, Bologna, Milano, Torino, Roma… è tutto un fermento. Piazze piene di compagni, scuole occupate università bloccate, fabbriche in agitazione.» Gero mi dà una gomitata. «Compagni?» mormora, ridendo. Peppe lo fissa. «Non c’è niente da ridere. Preferisci tornare alla sede della Giovane Italia? Passare i pomeriggi sotto quel poster dell’uomo forte? Tra calcio balilla e prediche sulla disciplina, la patria, l’ordine…? Sei libero di andare.» Riunione dopo riunione, quel posto diventa nostro. Nella stanza in fondo troviamo un vecchio ciclostile mezzo distrutto. È lì, sepolto sotto rotoli di manifesti, polvere e inchiostro secco. Lillo si china passa le dita sulle rotelle, sulle viti, sulle leve. Si sporca le mani di nero. «Se mi date un paio di giorni, ci provo a farlo rivivere.» Dopo qualche giorno l’odore d’inchiostro riempie l’aria. Il pomeriggio le riunioni. La notte davanti al ciclostile. Facciamo a turno alla manovella, i fogli non finiscono mai. «Si è bloccato di nuovo…» sbuffa Peppe. «Aspetta, non forzare» dice Gero, già con le dita nere. Lillo infila le mani dentro la macchina. Tira una leva, riallinea i fogli, asciuga una colatura d’inchiostro con uno straccio nero come la pece. Poi chiude tutto. Riprendiamo a girare la manovella. Il foglio entra bianco e esce vivo. Storto, macchiato, ma vivo.La mattina ci dividiamo i compiti: chi davanti agli istituti a distribuire i volantini, chi ad attaccare e presidiare i dazebào, chi a distribuire Il Momento nelle classi. Crescevamo di numero. Le prime manifestazioni, le assemblee sono già affollate. Le riunioni piene, rumorose. Molti si siedono per terra. I Rolling Stones, Bob Dylan, i Pink Floyd ormai sono di casa. Le voci si accavallano. I manicomi… Basaglia ha ragione. No, senti qua cosa scrive Marx… Ma smettila, manco l’hai letto. La porta si spalanca, entra Peppe avvolto nel montgomery, si sfila la sciarpa rossa dal collo. «A Milano la polizia ha caricato una manifestazione di studenti e operai. Ci sono stati molti feriti.» La stanza si zittisce. Gero guarda dalla finestra. «Giù, in strada c’è Brillantina Linetti.» «Brillantina Linetti?» «Il maresciallo della squadra politica.» Lillo sbuffa dietro il ciclostile. «Guardate che la carta sta finendo. E pure l’inchiostro.» «E il volantino come lo facciamo?» «Facciamo una colletta.» Ciccio ride. «Anche per fare la rivoluzione ci vogliono soldi.» Quella notte il ciclostile non si ferma mai. Giorni dopo al liceo scientifico il preside non c’è. Chiediamo il permesso al suo vice ci fissa, esita un attimo. «Andate. Ma fate presto.» Fuori fa freddo. Il cortile è grigio di febbraio. Da poco era morto Bertrand Russell. Noi lo abbiamo ricordato in apertura con una sua frase: “Ho avuto tutti i presupposti di un’educazione cattolica, e per questo sono diventato ateo.” I ragazzi sfogliano il giornale in silenzio. In ogni classe, la stessa domanda. «Chi è Russell?» Gli insegnanti fanno finta di non sentire. Uno solo si alza, apre la porta, controlla il corridoio, poi la richiude piano. Poi sottovoce: «Uno che per le sue idee è stato cacciato, processato e perfino messo in prigione. E non ha mai smesso di pensare.» In fondo al corridoio spunta il preside. Avanza come una furia. Ci guarda come se fossimo appestati. I bidelli ci circondano. Sventola il Momento in aria. «Professori! Professori!» urla. «Voi e le vostre classi in corridoio!» Le porte si aprono. Gli alunni restano dietro gli insegnanti, in silenzio. Uno dei bidelli gira per le classi, raccoglie le copie del giornale e le consegna al preside che comincia a strapparle. Basta appena uno sguardo agli insegnanti. Uno dopo l’altro si avvicinano e cominciano a strappare anche loro. Nel corridoio si sente solo la carta che si lacera. Poi ci guarda. «Chi vi ha autorizzato a distribuire questa robaccia?» Peppe fa un passo avanti e gli urla addosso: «Le idee non si sequestrano! Non si strappano!» «Silenzio! Questa è la mia scuola!» e straccia con rabbia un giornale. Gero ride nervosamente. «Lei non ci fa paura. Strappi pure.» «Bidelli! Buttateli fuori!» Ci saltano addosso. Mentre ci spingono nel corridoio, Gero si gira verso di me. «Ma che cavolo ridi?» «Rido perché ha paura. Di un giornale. Di una frase. Di noi.» Urliamo:«Professori, non padroni!» E da dietro le porte qualcuno ripete:«Professori, non padroni!» I passi dei bidelli rimbombano. Il portone si chiude dietro di noi.

La mattina dopo, un lungo corteo di studenti attraversa le vie della città. Siamo tantissimi. La prima fila agita Il Momento. Avanziamo gomito a gomito. Davanti a noi lo striscione: Movimento Studentesco, Le voci rimbalzano tra i palazzi. Il megafono scandisce gli slogan: «La scuola non è un carcere!», «Vietato vietare!», «Professori, non padroni!» La città ci guarda passare. «Studiate invece di fare casino!» urla qualcuno da un bar. Una anziana fa il segno della croce al nostro passaggio. L’indomani il nostro preside ci accoglie con un sorriso tirato. «Mi dispiace per quello che è successo.» Fa un respiro, si passa una mano sul viso.«Il preside del Classico vi è vicino.» Bussano. Entra il prof di diritto ed economia politica. Saluta, scuote la testa. Guarda noi, poi il preside. «Un insegnante le idee dei ragazzi le ascolta. Le discute.» Il pomeriggio torniamo alla nostra sede. Stiamo per varcare la soglia dell’androne quando l’Ape, con il rumoroso carico di bombole, si infila come sempre, senza curarsi di noi.

Di Bac Bac