di Giuseppe Lo Bello

Quando la legalità diventa strumento politico, marginalizzare la comunità senegalese in virtù del decoro urbano, la povertà da questione sociale a questione morale! C’è qualcosa che non torna nei controlli serrati contro gli ambulanti tra Agrigento e San Leone. Le cronache locali – da Blog Sicilia a Agrigento Notizie – raccontano di operazioni interforze, sequestri, sanzioni, sospensioni. Tutto formalmente ineccepibile. Tutto perfettamente dentro la cornice della legalità. Ma la politica comincia proprio dove la cronaca si ferma.
Perché questi controlli avvengono oggi? Perché si concentrano proprio in queste settimane? E soprattutto: chi colpiscono davvero? Chi frequenta San Leone lo sa bene. L’ambulantato stagionale non è un fenomeno astratto: ha volti, storie, provenienze. È fatto in gran parte di lavoratori migranti, di comunità che vivono ai margini, che hanno trovato nel commercio informale una possibilità di sopravvivenza. E allora il punto non è la legalità. Il punto è l’uso politico della legalità. In pieno clima elettorale, la “sicurezza” diventa parola d’ordine. Ma sicurezza per chi? Per il turista che deve consumare senza “disturbo”? Per una città ridotta a vetrina ordinata? Oppure per chi lavora, anche senza tutele, anche senza protezioni, anche senza alternative? I controlli non colpiscono i grandi interessi. Non colpiscono le rendite. Non colpiscono chi sfrutta davvero il lavoro. Colpiscono chi è più debole. È un meccanismo noto: la legge è uguale per tutti, ma l’impatto della legge non è mai uguale. Chi ha capitale si adegua. Chi non ce l’ha viene espulso.

San Leone diventa così un laboratorio politico: uno spazio in cui il conflitto sociale viene nascosto dietro il linguaggio neutro dell’ordine pubblico. Ma dietro ogni bancarella sequestrata, dietro ogni multa, dietro ogni attività sospesa, c’è una domanda che nessun verbale può cancellare: dove devono andare queste persone? Qual è l’alternativa che gli viene offerta? Quale lavoro, quale integrazione, quale dignità? Se la risposta è il silenzio, allora non siamo davanti a una politica della legalità. Siamo davanti a una politica dell’esclusione. E allora bisogna dirlo chiaramente. Non basta invocare le regole se le regole diventano uno strumento per colpire sempre gli stessi. Non basta parlare di sicurezza se la sicurezza coincide con la rimozione della povertà dallo spazio visibile. Una città giusta non è una città più pulita. È una città che non lascia indietro nessuno.
Oggi, ad Agrigento, c’è una linea che divide: da una parte chi vuole una città-vetrina, ordinata, silenziosa; dall’altra chi crede che lo spazio pubblico debba restare vivo, attraversato, anche conflittuale, ma umano. Stare da una parte o dall’altra non è una questione tecnica. È una scelta politica. E chi oggi subisce questi controlli non ha voce. Per questo, oggi più che mai, bisogna scegliere da che parte stare.
