
La scuola della costituzione
Il regime fascista con la riforma gentiliana aveva assegnato alla scuola una funzione tripartita, con compiti distinti e ben definiti dei diversi livelli formativi. La scuola dell’obbligo, con i suoi tre cicli per complessivi otto anni, doveva servire alla mera alfabetizzazione dei ceti meno abbienti; gli istituti tecnici e professionali avevano il compito di affinare le competenze mercantili della piccola borghesia; il liceo e l’università dovevano essere appannaggio dei gruppi dominanti, per la formazione della classe dirigente. Era con evidenza una scuola elitaria, discriminatoria, autoritaria, classista e ostile alle donne (considerate dal fascismo soprattutto per i ruoli di mogli e madri).
La costituzione repubblicana, invece, dopo aver affermato la libertà dell’insegnamento e l’autonomia delle università e delle accademie (art.33), riconosce a tutti il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi, anche se privi di mezzi, e assegna alla Repubblica il compito di rendere effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze (art.34).
La scuola diventa, così, non solo un luogo di ricerca e trasmissione del sapere, ma anche un formidabile ascensore sociale, ovvero il meccanismo per eccellenza che consente ai figli di famiglie socialmente svantaggiate e con un basso livello di istruzione e reddito di migliorare la propria condizione socioeconomica, raggiungendo, se meritevoli, i livelli più elevati della scala sociale.
È questa la scuola libera, democratica, inclusiva, egualitaria, disegnata dalla nostra costituzione, che mira a garantire pari opportunità educative a tutti gli studenti. Una ragione in più per essere affezionati alla nostra carta fondamentale.
L’università di Agrigento, nel suo piccolo, ha svolto questa funzione paritaria e progressista, consentendo a migliaia di studenti, che non avrebbero avuto i mezzi per frequentare una scuola lontana dalla sede di residenza, di laurearsi. In base alle dichiarazioni isee delle famiglie degli studenti immatricolati ad Agrigento, si è evidenziato che un terzo circa degli iscritti non avrebbe potuto frequentare altre università per carenza di disponibilità economiche.

Breve storia del Consorzio universitario
L’esperienza del polo universitario di Agrigento – tra alti, bassi e, in qualche momento, con concreti rischi di chiusura – ha superato i trent’anni di vita.
È dell’ottobre del 1994 la costituzione del Consorzio Universitario di Agrigento (CUA). Ma, a voler essere precisi, il rapporto tra la provincia e l’università si potrebbe retrodatare al 1991, anno di istituzione del corso di laurea in Scienze forestali e ambientali da parte della facoltà di Agraria dell’ateneo di Palermo, con sede distaccata a Bivona. Prim’ancora, poi, c’era stata, a partire dal 1985, l’istituzione della Scuola di Servizio Sociale della provincia di Agrigento. Questa scuola, che abilità all’esercizio dell’attività di assistente sociale, in virtù dell’autonomia Siciliana era demandata alla gestione delle province. Con successiva legge nazionale, però, le competenze in materia di formazione nel campo dei servizi sociali furono assorbite dall’università, determinando la chiusura della scuola provinciale. Fu in questo contesto che alla Provincia, allora guidata da una giunta di sinistra, amministratori avveduti decisero la creazione del Consorzio Universitario di Agrigento, con l’obiettivo di mantenere e sviluppare il rapporto del territorio con l’ateneo di Palermo.
Il presidente Stefano Vivacqua e l’assessore e alla pubblica istruzione Massimo Muglia riuscirono a creare una compagine di soci molto vasta. Oltre all’ente provincia, ne facevano parte la Camera di Commercio, il comune capoluogo, gli ordini professionali, e i comuni più popolosi come Sciacca, Licata, Canicattì, Favara, Ribera, Raffadali, Porto Empedocle, Realmonte. Il CUA si presenta, quindi, come un indispensabile strumento di collegamento tra la massima istituzione formativa e gli enti territoriali e le istituzioni culturali e professionali dell’intera provincia.
Il compito del Consorzio, come definito dallo statuto, è molto chiaro: assicurare supporto logistico alle università che vorranno istruire dei corsi di laurea nel territorio della provincia, in modo da facilitarne lo svolgimento dell’attività, costituendo così un importante polo di attrazione per istituti di ricerca enti formativi e strutture scolastiche al più alto livello sia nazionali che internazionali. Più chiaramente: mentre l’università si farà carico dell’attività didattica, spetterà al consorzio provvedere al reperimento delle sedi, alla loro manutenzione, all’acquisizione di attrezzature e strumenti utili alla didattica, ai servizi di accoglienza degli studenti e dei docenti. Inoltre, sempre al fine di favorire l’attività formativa, potrà contribuire ad organizzare convegni ed eventi culturali d’intesa con l’Università ed enti di ricerca italiani ed esteri.

La presidenza del Consorzio venne affidata ad un intellettuale che ben conosceva il mondo universitario, essendo stato rettore dell’ateneo di Palermo: il prof. Ignazio Melisenda Giambertoni. Sotto la sua guida oculata, partirono nel 1996 i primi corsi: Beni culturali e archeologici, Servizio sociale, Architettura, Giurisprudenza e la Scuola di specializzazione in archeologia. Il Polo Universitario nei primi anni si sviluppa molto bene, grazie alle capacità amministrative e alle qualità relazionali del suo presidente. I successi dell’università, però, attirano anche gli appetiti della nostra classe politica. Chi sarà chiamato a succedere al rettore Melisenda nel 2001, il prof. Roberto Lagalla (attuale sindaco di Palermo) è anch’egli un grande conoscitore del mondo universitario: è professore universitario e direttore del Dipartimento di Biotecnologie Mediche e Medicina Legale del policlinico di Palermo. Nel 2008 sarà poi eletto rettore dell’ateneo palermitano. Oltre alle sue indubbie competenze, alla sua nomina, comunque, non è estranea la sua vicinanza all’uomo forte della politica locale, l’on. Angelino Alfano. Lagalla è ambizioso e spinge il Polo universitario verso il punto più alto di studenti immatricolati, circa 5.500. Questo risultato è raggiunto grazie dell’apertura di nuovi corsi di laurea. Lagalla, per convincere l’università ad aprire nuovi corsi ad Agrigento stipula, da presidente del CUA, un nuovo accordo con l’ateneo palermitano accollando al Consorzio le spese per il pagamento degli stipendi ai professori di UNIPA (Università di Palermo) che insegneranno preso il Polo territoriale agrigentino. In questo modo, se da un lato crescono velocemente le iscrizioni di nuovi studenti, dall’altro si indebita pericolosamente il CUA. La situazione patrimoniale del Consorzio, infatti, passa da una disponibilità di circa 5 milioni di euro (eredità della gestione oculata del prof. Melisenda) ad oltre 8 milioni di debiti. La convenzione sugli stipendi dei docenti, assolutamente insostenibile per le finanze del CUA, verrà poi superata da un nuovo accordo del 2012 che, ritornando al vecchio assetto, attribuirà l’onere delle retribuzioni all’università. D’altra parte, come hanno più volte segnalato i sindacati nelle diverse vertenze a difesa dei lavoratori del CUA, visto che l’università già riceve un contributo statale di circa 8.000 euro per ogni iscritto per la copertura dei costi, era insensato chiedere al Consorzio un rimborso ulteriore per il pagamento degli stipendi del personale docente. In ogni caso, il danno, anche grosso, era stato fatto e peserà sulle vicende future. È un fatto curioso, poi, che il prof Lagalla, divenuto rettore di UNIPA, chieda al Consorzio agrigentino, attraverso un decreto ingiuntivo, il pagamento del debito di 8,3 milioni originato soprattutto dalle scelte da egli operate in qualità di presidente del Consorzio stesso.

Dopo Lagalla, i potentati politici sono sempre più invadenti. La classe dirigente locale non capisce le enormi potenzialità culturali economiche e sociali insite nel progetto universitario. Considera il Consorzio alla stregua di un piccolo centro di potere da annettere alla propria sfera di influenza. Comincia, così, il declino: diminuiscono i corsi; calano drasticamente gli studenti, che si ridurranno a meno di 1.000; la facoltà di archeologia, fiore all’occhiello del Polo agrigentino, viene trasferita a Palermo; la situazione debitoria si aggrava sempre più; l’ente provincia nel 2016, in seguito ad una sostenuta polemica con il sindaco della città Lillo Firetto, decide di abbandonare il Consorzio; lasciano anche gli ordini professionali. Si arriva ad un passo dalla chiusura. Il momento più basso è probabilmente la nomina a presidente del CUA di un misterioso e ambiguo professore maltese, Josef Mifsud, voluto dall’area politica dell’on. Roberto Di Mauro. Presentato come l’uomo giusto per la sua capacità di intessere relazioni internazionali, si limitò ad usare il Consorzio come un bancomat per le sue spese personali. Accusato dai magistrati di peculato e malversazione per spese non giustificabili di oltre 100.000 euro, è sparito misteriosamente nel 2018. Di lui non si ricordano particolari attenzioni alla nostra università, mentre si è parlato molto sulla stampa della sua vicinanza ai servizi segreti e di presunti coinvolgimenti in storie di spionaggio.
Fortunatamente UNIPA resiste e continua il suo impegno in città, grazie anche alla scelta politica di sviluppo di poli territoriali provinciali, che vedranno affiancarsi a quello di Agrigento anche i Poli di Caltanissetta e di Trapani.
Oggi la situazione è decisamente migliorata. I corsi sono di nuovo in crescita: sono stati avviati negli ultimi anni i corsi di laurea in Infermieristica, Lingue e traduzione per i servizi culturali e del territorio, Tecnologie e diagnostica per la conservazione ed il restauro del patrimonio culturale, la Scuola di specializzazione in beni archeologici, il dottorato di ricerca in collaborazione con il CNR in Patrimoni archeologici storici architettonici e paesaggistici mediterranei.
Anche il numero delle immatricolazioni è in aumento. Il Polo universitario conta ora circa 1.500 studenti iscritti ai vari corsi, con un aumento di circa il 20% negli ultimi tre anni.
Se il Polo territoriale di Agrigento è in buona salute, nel Consorzio universitario la situazione è ben diversa.
Rifondato nel 2019 con una nuova compagine sociale e una nuova denominazione, l’Empedocle Consorzio Universitario Agrigento (ECUA) vede come socio capofila il Comune capoluogo. Sono presenti tra i partecipanti, con quote minoritarie, anche la Camera di Commercio e i comuni di Aragona, Bivona, Racalmuto e Raffadali. I conti sono in equilibrio, anzi, in questo momento il Consorzio ha un discreto tesoretto di alcuni milioni di euro da spendere. Mentre il contenzioso con l’Università sembra avviato ad una soluzione consensuale per un rimborso parziale di circa 4 milioni di euro, da dilazionare in parte in dieci anni.

Se la salute economica non è preoccupante, lo stesso non si può affermare della gestione amministrativa e della visione strategica che dovrebbe guidare l’istituzione. La governance voluta dallo statuto e le cattive pratiche della politica locale hanno consegnato, di fatto, il cda nelle mani dei partiti. A riprova, basti pensare al balletto dei mesi scorsi per la nomina del nuovo presidente del ECUA. In un primo momento il presidente della regione Renato Schifani aveva designato Nenè Mangiacavallo – sostenuto dalla DC – ma, successivamente, a causa dell’opposizione della coppia Roberto Di Mauro-Franco Miccichè (il comune è il socio di maggioranza del Consorzio e deve approvarne gli incarichi) la nomina stata ritirata. Oggi in consiglio di amministrazione siedono il presidente Giovanni Perino, funzionario dell’assessorato regionale all’istruzione, indicato dall’assessore leghista Mimmo Turano; il vice-presidente Raffaele Sanzo, designato dal comune, incidentalmente cugino dell’on. Riccardo Gallo; la prof. Giovanna Lo Nigro, designata da UNIPA. Nessuno di questi componenti è residente ad Agrigento e, oltre all’approvazione degli atti burocratici formali, non mi pare abbiano esatta contezza dei problemi del polo universitario e che abbiano elaborato alcuna proposta di sviluppo dell’università agrigentina.
Un sommario dei principali temi sul tappeto.
– La sede centrale di via Quartararo necessita di un importante intervento di manutenzione straordinaria. Diverse sale sono chiuse e inagibili. manca la climatizzazione e il riscaldamento. Il Consorzio ha i soldi per la manutenzione, circa 900.000 euro disponibili, ma non può intervenire perché è in corso una diatriba circa la proprietà dell’immobile: il suolo appartiene alla provincia, ma l’edificio è stato costruito dal comune. Situazione assurda, ma facilmente superabile con l’attribuzione della proprietà al Consorzio attraverso il conferimento congiunto da parte di provincia e comune. Perché il cda di ECUA non interviene, richiamando gli enti territoriali alle loro responsabilità?
– Il problema dei trasporti e del collegamento tra contrada Calcarelle e la stazione dei bus interurbani e il centro è annoso. Da poco il comune ha rinnovato il contratto per il servizio di trasporto urbano, ma nessuno ha sollevato il tema della ridefinizione migliorativa dei collegamenti che riguardano le strutture universitarie.
– Da anni si parla del trasferimento dell’università in sedi ubicate nel centro città. Il Polo Territoriale dell’Università ha fatto uno sforzo finanziario notevole per acquisire e ristrutturare l’ex ospedale di via Atenea. Da poco dissequestrato, dopo il crollo dello scorso anno, dovrebbe essere completato entro l’anno. È un primo passo, ma per un insediamento efficiente occorrerebbero altre sedi nel centro storico. Sarebbero facilmente utilizzabili, per esempio, palazzo Tommasi (vuoto da trent’anni. Due volte ristrutturato e mai utilizzato) e i locali dell’ex plesso scolastico di via Bac Bac.
– Uno degli elementi fondamentali dello sviluppo dell’università è certamente quello degli alloggi per gli studenti fuori sede. In un’ottica di insediamento delle sedi nel centro storico, si potrebbe sviluppare (coinvolgendo il comune per le necessarie prescrizioni urbanistiche) una sorta di pensionato diffuso sul territorio con la ristrutturazione di diverse abitazioni abbandonate, sul modello dell’Intervento avviato nell’area del Rabato (progetto, purtroppo, da poco bloccato, con finanziamento revocato dalla regione per difformità progettuali). Raggiungeremmo un duplice obiettivo: sviluppare i servizi di accoglienza dell’università e recuperare una porzione significativa del centro storico: l’università come infrastruttura sociale. Se n’è parlato nell’incontro organizzato dai ragazzi di Scaro Café. La struttura formativa come momento di sviluppo economico, culturale e territoriale, capace di promuovere inclusione, innovazione e mobilità sociale. Infrastruttura, perché l’ateneo contribuisce a rigenerare uno spazio urbano, riequilibrando il territorio e fungendo da “ponte” tra formazione, ricerca e tessuto produttivo.
– Da ultimo, ma non ultimo, il tema della collocazione dell’università di Agrigento nell’ambito del piano formativo nazionale. Una decina di anni fa, in piena crisi del polo agrigentino, l’allora ministro Angelino Alfano propose di specializzare il polo di Agrigento sui temi dell’immigrazione. La proposta non ebbe seguito, ma almeno ha avuto il merito di indicare un obiettivo ambizioso. Agrigento ha avuto in passato un ruolo centrale come potenza mediterranea. È stato così per l’Akragas greca, per l’Agrigentum romana, per la Kerkent araba e per la Girgenti chiaramontana. Oggi è una periferia dell’Occidente, ma conserva un patrimonio architettonico storico e archeologico invidiabile, riconosciuto come patrimonio dell’umanità, e una posizione geografica rilevante nei rapporti nord-sud del mondo: siamo la porta d’Europa per i migranti che attraversano il Mediterraneo. E allora, perché non pensare ad un polo universitario del Mediterraneo, da sviluppare in collaborazione e sinergia con le istituzioni europee e coinvolgendo le principali università dei paesi mediterranei? Si potrebbe cominciare con corsi di scienze politiche internazionali, di archeologia del Mediterraneo, con dottorati di ricerca sui fenomeni migratori e sui cambiamenti climatici, chiedendo la collaborazione agli atenei di città come Barcellona, Tunisi, Istambul, Atene, Il Cairo, Algeri, Marsiglia, Beirut ed altri. Che meraviglia sarebbe vedere la città piena di studenti, studiosi, ricercatori, docenti di ogni parte del Mediterraneo.
Un obiettivo ambizioso, ma perseguibile. Dovremmo provarci.

I compiti del prossimo sindaco
Agrigento deve giocare una partita importante per l’Università. Il comune è il principale azionista del Consorzio e, diversamente da quanto è stato finora, deve avere un ruolo più attivo nelle politiche di sviluppo, invece di pensare alla mera occupazione di qualche poltrona da destinare alle seconde e terze file della politica locale.
Impegno del nuovo sindaco dev’essere la convocazione immediata dell’assemblea dei soci per ridefinire gli indirizzi operativi del CDA, provvedendo anche all’inserimento di personalità in grado di sviluppare nuove visioni e concretizzare relazioni internazionali, oltre che apportare competenze gestionali adeguate alla bisogna.
Poi, se si vuole essere credibili nel considerare l’università al centro dei progetti di sviluppo culturale, economico e sociale della città, occorre coinvolgere più attivamente il Polo Territoriale di UNIPA nello studio e nella ricerca per il recupero e la valorizzazione dei beni culturali e del territorio, in particolare del centro storico.
Infine, occorre dare al Consorzio finanziamenti aggiuntivi. Il comune di Agrigento contribuisce con una cifra annuale di 103.000 euro. Considerato che il bilancio comunale ammonta a 163 milioni di euro, viene destinato all’università appena lo 0,06% del nostro bilancio. Un’inezia se si pensa al volano economico e sociale che può rappresentare l’università per la città. Si può fare molto di più per dotare di una solida base patrimoniale il Consorzio, magari tagliando le tante spese superflue. Dando un’occhiata al bilancio comunale, ci sono diversi capitoli da cui attingere: spese per l’inutile portavoce del sindaco, spese per contributi a pioggia a pseudo associazioni culturali, spese per premi di cui nessuno ricorda la funzione, spese per partecipazioni ad eventi con codazzo di invitati, spese per consulenze che servono solo a distribuire gratifiche personali e tanto altro ancora. Insomma, si possono recuperare subito, senza alcun taglio ai servizi comunali, somme aggiuntive dell’ordine di alcune centinaia di migliaia di euro da assegnare al Consorzio universitario.
Bisogna dare subito un segno di discontinuità.
