di Giacomo La Russa


Una città, un paese sono anche costellazioni di nomi. Essi non sono mai neutri, non si limitano a
orientare, guidare, indirizzare. I nomi, incisi un tempo sul marmo e stampati oggi su orribili targhette,
sono soprattutto strumenti di costruzione dell’immaginario. Posti sopra le nostre teste, essi finiscono
col creare il senso dell’appartenenza, del legame con la storia che raccontano. La rielaborazione, la
manipolazione delle coscienze passano anche attraverso questa gigantesca appropriazione dello
spazio pubblico.
In questo senso, anche la città in cui viviamo contiene due registri essenziali (a parte i minori su cui
sarà necessario sorvolare). Il primo è costituito dal rapporto con la civiltà greca e con quella araba.
Esso appare ormai sbiadito, annacquato. Per chi, insomma, ha interiorizzato l’idea che cinquant’anni
o un secolo fa siano tempi lontani, nomi come Acrone, Callicratide, Dinoloco, Damareta o anche
Diodoro Siculo e Filino o ancora come Bac Bac o Bibbirria non sono altro che suoni, familiari forse
perché percorsi quasi ogni giorno ma del tutto privi di reale significato. Si salvano forse, almeno nelle
fasce sociali colte, il filosofo Empedocle o l’atleta Esseneto o forse lo stesso quartiere Rabato (fuori
le mura). Ma l’impronta che greci e arabi diedero alla città, la loro capacità di renderla potenza
agricola e manifatturiera al centro degli scambi commerciali del Mediterraneo, le favolose descrizioni
che dell’una (quella greca) e dell’altra (quella araba) diedero, rispettivamente, Polibio (IX libro delle
Storie) ed Edrisi (Biblioteca arabo sicula) sono del tutto scomparse dalla coscienza degli agrigentini.
Asserviti, ignari, periferici, essi vivono essenzialmente delle varie forme di assistenza governativa e
delle attività che vi ruotano attorno. Tramontata anche la civiltà contadina, il ceto impiegatizio e
quello dei commercianti (intermediari tra i prodotti della manifattura straniera e una popolazione
sempre più desiderante di servizi finanziari ed enogastronomici) ne costituiscono ormai il perno.
L’altro registro, strettamente connesso al precedente, è invece il rapporto (recentissimo) con la storia
di una certa Italia, di chi, quell’Italia, ha voluto e realizzato. In questo senso, anche la nostra città è
stata in breve tempo occupata. In primo luogo, immancabilmente, il conte Camillo Benso di Cavour,
al quale, fin dal 1882, è stata dedicata la Passeggiata e al quale, nel 1927, in pieno fascismo, è stato
riservato l’emiciclo mentre il lungo viale assumeva su di sé il compito di ricordare la vittoria nella
Grande Guerra (tanto l’Italia liberale quanto l’Italia fascista quanto ancora l’Italia repubblicana hanno
un patrimonio comune, si riconoscono in certi eventi maggiori della storia nazionale). In secondo
luogo, Vittorio Emanuele II, al quale, subito dopo la morte, già nel 1878, è stata attribuita la piazza
che è oggi il cuore della città. Poi, Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, il ladro di cavalli e di
riserve monetarie, il ribelle insoddisfatto, al quale è stata dedicata l’importante arteria da cui si accede
al Rabato. E, infine, Giuseppe Mazzini che è stato collocato, quasi a richiamare una certa diffidenza,
in zona periferica (pur trattandosi dell’importante asse viario che collega il quadrivio Spinasanta
all’imbocco del quartiere Fontanelle). Insomma, l’adesione della città, la sua fede nell’Italia che ha
nel Risorgimento il suo atto fondatore vengono ulteriormente espresse attraverso l’omaggio a tutta
un’altra serie di fatti (la battaglia del Piave, il XXV aprile) e di personaggi (che, pur da posizioni
diverse e in campi diversi, si iscrivono lungo il medesimo solco: Francesco Crispi, Luigi Pirandello,
Alessandro Manzoni, Giacomo Matteotti, Alcide De Gasperi, Ugo La Malfa, Giuseppe Picone, Pietro
Nenni, Aldo Moro, Angelo Bonfiglio e, in fondo, pur con qualche necessario distinguo, lo stesso
Antonio Gramsci).
Ma una città non è fatta solo dai nomi che ci sono, da quelli che compaiono, da quelli affissi. Essa è
fatta anche dai nomi che mancano e che, proprio perché mancano, non affiorano nemmeno lungo la
superficie di una coscienza anestetizzata. In questo modo, non solo i protagonisti anonimi di storie
cancellate (come i contadini della rivolta di Girgenti del 1647-1648) ma di quegli stessi straordinari fenomeni (come le battaglie servili contro lo sfruttamento latifondistico romano che vide in
Agrigentum uno dei suoi centri), non potendo accedere ad alcuna targhetta in quanto portatrici di
valori e interessi contrastanti, vengono espulsi, non si fanno memoria collettiva, non assurgono a
sentimento condiviso, scivolano nel dimenticatoio. Il ricordo della storia si fa così monocorde, piatto,
celebrativo. La storia, si dice, la scrivono i vincitori. Ma anche questo è luogo comune, impostura. La
storia la scrivono le élites, i dirigenti, le avanguardie, coloro che riescono a catturare la potentia
multitudinis. Riappropriarsi allora della storia dimenticata, dei nomi che non ci sono, di Cleone e di
Coma, per esempio, e, di più, essere consapevoli dell’esistenza di un’altra storia, di una contro storia,
di un’altra possibilità è, in fondo, un modo, l’unico, per costituire il noi, per arricchirlo, per renderlo
vitale, per porre finalmente le basi per un’effettiva democrazia.

Di Bac Bac