di Giacomo La Russa


Tomaso Montanari, lo storico dell’arte e rettore dell’Università degli Studi per stranieri di Siena,
figura ormai nota nei dibattiti televisivi nazionali (ciò che, del resto, appare del tutto coerente), scrive
un articolo in grado di spiegare perché la sinistra italiana sia parte del problema. Il titolo è già un
programma: “Il progetto politico c’è e si chiama Costituzione”.
L’autore fa intanto l’esaltazione della grande partecipazione elettorale al recente referendum: dai di-
ciottenni che votavano per la prima volta fino ai centenari, tutti hanno dimostrato «una dignità e una
determinazione struggenti». «A commuoverli, cioè a muoverli collettivamente ed emotivamente» sa-
rebbe stata «la difesa della Costituzione». Ciò in quanto essa parlerebbe «una lingua chiara e radi-
cale», starebbe «senza se e senza ma, dalla parte di chi non ha altro potere o difesa». Citando don
Milani, la Costituzione sarebbe addirittura «“la legge che Cristo si aspettava da noi da secoli”».
Da qui il professore fa l’elenco delle cose radicali di cui parlerebbe la Costituzione: la «giustizia», la
«solidarietà», il «rifiuto della guerra in ogni forma», la «difesa dei più deboli in Italia e nel mondo»,
la «redistribuzione della ricchezza», la «progressività fiscale», il «diritto alla diversità» e quello
«all’uguaglianza».
Sarebbe, insomma, arrivato il momento di «rovesciare il tavolo, di ascoltare il nostro popolo – il
popolo della Costituzione». La sinistra che per decenni avrebbe inseguito la destra («precarizzazione
del lavoro», «riforma del Titolo V», «acquiescenza alle troppe guerre occidentali», «criminalizza-
zione dell’immigrazione», «fiscalità non secondo Costituzione», «riforme pessime della scuola e uni-
versità», «smontaggio del sistema sanitario», «incomprensibile timidezza sul cruciale tema dell’am-
biente») dovrebbe finalmente «voltare pagina».
Di più. L’attuazione della Costituzione e, in particolare, del suo articolo 3 (quello sulla «vera, sostan-
ziale eguaglianza») sarebbe il modo per «essere antifascisti», per «combattere lo scivolamento auto-
ritario» (piccola nota: una Costituzione sotto la quale, dopo ottant’anni, non si è ancora riusciti a
garantire questa «vera, sostanziale uguaglianza» ma che ha anzi assistito a quello che lo stesso Mon-
tanari definisce un «Paese sfigurato sempre di più dall’abisso che separa ricchi e poveri», non con-
tiene forse in sé un problema strutturale, una questione di vizio nel suo congegno originario?).
In ogni caso, lo studioso va avanti insistendo sul progetto politico verso il quale tutta la sinistra,
liberatasi da Renzi e Calenda (una sorta di minimo sindacale, in effetti), dovrebbe orientarsi: la Co-
stituzione. Ciò che significherebbe aprirsi a un popolo, alle «sue associazioni e articolazioni, dalla
CGIL al mondo cattolico, all’universo delle donne e della diversità».
Fin qui l’articolo che possiamo certo apprezzare per la buona fede che lo anima. Ma la buona fede
non consente di fare molti passi in avanti. Tomaso Montanari infatti ignora quello che ignorano (o
fingono di ignorare) tutti i volti televisivi (e non solo). Quella Costituzione alla quale egli si riferisce
non esiste più ed è stata ampiamente sostituita da un’altra Costituzione (oggetto certo di minore cla-
more ma non per questo meno effettiva): quella che, sancita dal Trattato di Maastricht del 1992, fatta
propria da tutte le forze politiche ancora presenti in Parlamento (compresi Fratelli d’Italia, il Movi-
mento 5 Stelle e la stessa AVS), sostenuta come un credo religioso dall’insieme dei media, ripetuta
in ogni asilo, aula scolastica o universitaria, ecc…, pur non essendo mai stata votata, costituisce, da
almeno trent’anni, l’architrave portante dell’oligarchia liberale nella quale viviamo (oligarchia pie-
namente succube, oltre tutto, dell’imperialismo americano).
Una sostituzione che è, nello stesso tempo, giuridica, economica e culturale. Ignorare, dunque, che
esiste una nuova Costituzione materiale di cui l’Unione Europea (che non è affatto l’Europa) rappre-
senta l’asse, anche simbolico, costituisce un imperdonabile errore: quello nel quale la sinistra (che ha
anch’essa subito una mutazione antropologica) continua, in effetti, a essere impantanata.
Il divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia (che già dal 1980 non poteva più acquistare i titoli del
debito pubblico e impedirne così la speculazione privata), la successiva costituzione della Banca Cen-
trale Europea (un organismo indipendente al quale è stata affidata l’emissione della moneta unica
senza alcun compito di finanziare la spesa), la conseguente imposta riduzione degli investimenti in
sanità e istruzione (col duplice obiettivo di favorire l’assalto delle oligarchie finanziarie private e fare
in modo che i considerevoli avanzi primari siano finalizzati a pagare i crescenti interessi sul debito
pubblico), la libera circolazione dei capitali (strumento di ricatto per costringere il governo a mante-
nere una bassa tassazione), la criminale svendita del patrimonio pubblico e del sistema bancario na-
zionale, le privatizzazioni e la stessa cancellazione del Sud sono alcuni dei fondamentali elementi di
un disegno politico complessivo (neoliberismo) a cui la Costituzione del 1948 non è riuscita a porre
alcun freno e che è diventato patrimonio comune di tutte le forze parlamentari e di larga parte delle
stesse élite borghesi.
Esiste, insomma, un’incompatibilità di fondo tra l’aspirazione socialdemocratica della Costituzione
del 1948 e la visione liberista del Trattato di Maastricht, tra i vecchi principi dei padri costituenti e la
cogenza dell’assetto normativo e finanziario imposto dalla tecnocrazia europea. Da che parte intende
allora stare la sinistra alla quale si rivolge Tomaso Montanari? Ha raggiunto essa la consapevolezza
che, senza la dissoluzione del Trattato di Maastricht e la ricostruzione del progetto europeo attorno a
un’idea socialdemocratica, qualunque discussione si riduce inevitabilmente a un esercizio di stile? È
presente nei cervelli di chi si candida a guidare la sinistra il dubbio (almeno) che sia, in realtà, questo
l’autentico terreno attraverso il quale smarcarsi dalla destra asservita, autoritaria e populista? Si
(ri)costituirà il legame tra le masse popolari e le classi dirigenti sulla base di un progetto che, sman-
tellando lo smantellatore (l’impalcatura neoliberista), rispolveri la vecchia Costituzione e provi final-
mente ad attuarla rendendola magari precettiva? Ecco le questioni a cui bisognerebbe dare una rispo-
sta. Ma, per dare una risposta, bisognerebbe che queste domande vengano poste. E non pare che,
all’orizzonte, ci sia questa voglia. Qualcuno in passato parlava di pessimismo della ragione e di otti-
mismo della volontà. Certo essendo il primo, c’è ancora spazio per il secondo?

Di Bac Bac