
La storia del mancato recupero del centro storico è, ahinoi, ricca di occasioni perse. A partire dai fondi non spesi della legge regionale speciale del 1985 che stanziava 25 miliardi di lire per il recupero dei centri storici di Agrigento e Ortigia. Per limitarci solo alle opportunità sprecate nella recente consiliatura, si possono ricordare la revoca, per inattività del comune, del finanziamento di 12 milioni di euro per il recupero della zona degradata tra piazza Ravanusella e via Atenea; i fondi previsti per il completamento del museo civico di Piazza Pirandello; i 400.000 euro per la creazione di un punto informativo per i turisti; i milioni persi, per disinteresse, con il progetto “Coopera” (fondi del ministero degli interni per la creazione di servizi di assistenza e accoglienza degli immigrati); i finanziamenti per la riqualificazione di Piano Sanzo, inquadrato all’interno di un più ampio piano di rigenerazione urbana del centro storico noto come “Programma Girgenti” (progetto approvato nel 2018 e di cui non si ha più alcuna notizia); e da ultimo i 4,9 milioni per la creazione, nella zona di Santa Croce, di 35 alloggi da assegnare a canone calmierato a famiglie bisognose.
Le vicende di quest’ultimo progetto meritano una particolare attenzione.

L’intervento che interessa la zona di Santa Croce è localizzato in un ampio quadrilatero compreso tra via Alletto, vicolo Cobaitari, via Cobaitari e salita Zuppardo ed era stato avviato nel 2021 da una iniziativa autonoma dei tecnici dell’ufficio tecnico comunale: l’ing. Francesco Vitellaro, l’ing. Francesco Tascarella e, in particolar modo, l’arch. Angelo Lipari. Una zona a due passi dalla chiesa e dalla piazza, circondata da edifici malandati e cumuli di macerie, ma dalla quale promana un fascino particolare di storia e di vita vissuta, evocando narrazioni lontane nel tempo ma insite nelle nostre radici, costituendo tanta parte della nostra identità culturale.
Già negli anni ’80 era stato elaborato, sempre dall’arch. Angelo Lipari, un progetto di recupero nella zona che sormonta ad occidente la piazza. Allora erano ancora presenti le case diroccate abbandonate subito dopo la frana del ’66 e il programma di recupero prevedeva la ristrutturazione dei vecchi fabbricati, molti dei quali erano costituiti anche da vani scavati nel tufo (vengono in mente i sassi di Matera). Era prevista la trasformazione dei manufatti in botteghe artigiane, da affiancare ad alcuni edifici da destinare alla creazione di un museo etnografico dedicato alla civiltà contadina. Il museo sarebbe stato realizzato con la consulenza gratuita di Settimio Biondi, che avrebbe anche donato una parte cospicua della sua collezione di utensili raccolti in anni di esplorazione degli antichi casali dell’agrigentino. Il progetto venne elaborato, ma mai presentato alla regione per il finanziamento: l’allora sindaco Roberto Di Mauro – lo stesso che ancora oggi distribuisce le carte in città – aveva altre priorità. Negli anni successivi le case interessate alla rigenerazione, per ragioni di sicurezza, sono state demolite, seppellendo anche gli ambienti scavati nel tufo. In quella zona, oggi si vedono solo cumuli di macerie ricoperte da erbe spontanee.

Anche il piano di recupero odierno ha le sue radici nella frana del ’66. Allora, avendo realizzato a Villaseta gli alloggi per le famiglie le cui case subirono danni, il comune offri loro la possibilità di permutare la vecchia abitazione di Santa Croce con una nuova nella vicina frazione. Molte famiglie accettarono la permuta e il comune divenne proprietario di alcune decine di case. Quanti siano questi immobili e dove si trovino ubicati di preciso non è facile da capire, visto che non esiste al comune un elenco dettagliato di tutte le proprietà con la descrizione dello stato in cui versano attualmente. Incredibile a dirsi, ma è proprio così.
A fine 2021, l’ufficio tecnico redige e presenta il progetto di fattibilità, che verrà approvato dalla regione a metà del 2022, con finanziamenti a valere sui fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), per la ristrutturazione di 35 alloggi di proprietà comunale, con adeguamento antisismico ed efficientamento energetico, nonché per la riqualificazione degli spazi pubblici circostanti. Trattandosi di fondi del PNRR, la scadenza dei lavori è inderogabilmente fissata al 31 dicembre 2026. C’è tutto il tempo per fare le cose per bene, ma la nostra amministrazione non finisce di stupirci, come già per l’appalto della rete idrica, fa scorrere il tempo inutilmente, tanto che a pochi mesi dal termine di completamento delle opere, i lavori non sono ancora iniziati, nonostante i solleciti inviati dal Dipartimento regionale alle infrastrutture, per il rispetto del rigido cronoprogramma.

Questa però non è la sola anomalia. In seguito ad una ispezione effettuata dalla guardia di finanza nel mese di gennaio scorso emergono altre incongruità. Il progetto esecutivo, contravvenendo alle prescrizioni del bando, che richiede la proprietà pubblica dei beni oggetto dell’intervento di risanamento, include 25 immobili privati su 27 complessivi: un madornale sviamento dalle prescrizioni di legge, costituendo una insanabile divergenza tra il progetto finanziato e quello appaltato. La Guardia di Finanza, poi, rileva “plurime e gravi violazioni del codice degli appalti”: tardiva stipula del contratto, mancata consegna dei lavori, mancata nomina del Direttore dei Lavori, totale inosservanza del cronoprogramma. Conseguenza logica dell’ispezione della Guardia di Finanza, a febbraio si dimette il Responsabile Unico del Procedimento, l’arch. Ivano Agostara, denunciando la difformità del progetto appaltato da quello finanziato. Verrebbe da chiedersi come mai non si sia accorto di nulla, prima dell’intervento dei finanzieri. Ultimo atto: il Dipartimento regionale alle infrastrutture, constatando “l’insanabilità delle variazioni progettuali” revoca il finanziamento di 4,9 milioni di euro e chiede la restituzione dell’anticipazione di 735.000 euro già versata nelle casse comunali.

Un altro progetto in fumo, a causa di una catena di inammissibili errori a diversi livelli (ma davvero sono solo errori? O c’è stato anche il maldestro tentativo di favorire interessi particolari?), mentre il centro storico cade a pezzi.
Le note dolenti, però, non si limitano in questo caso solo al mancato risanamento di un isolato del centro storico, ma sono ampliate dalla considerazione della particolare importanza dell’area interessata.
La zona di Santa Croce è un luogo emblematico del sacco della città nel secondo dopoguerra e della frana del ’66, che svelò i limiti e le magagne della mordernizzazione della città, con la costruzione dei famigerati tolli. Santa Croce, Parco Icori e la zona dell’Addolorata costituiscono nell’insieme l’unica area che ancora oggi mette in connessione diretta l’Akragas-Agrigentum greca e romana con la Kerkent-Girgenti araba e normanna.

Dopo la follia edificatoria degli anni ’50 e ‘60, con il proliferare delle costruzioni a valle della città murata, si è venuta a creare una grave cesura nella continuità storica e urbanistica tra la città antica e la città medievale. Pertanto, il recupero della zona di Santa Croce e dell’Addolorata rappresenterebbe un promettente inizio nel ripristino di quella fondamentale connessione fisica e sentimentale tra i due insediamenti. Condizione imprescindibile, questa ricucitura, per un riequilibrio dell’armonia architettonica della città, che dovrebbe rappresentare il progetto più ambizioso del futuro prossimo di Agrigento.
È noioso ricordarlo, ma gli amministratori che hanno avuto a disposizione le somme ingenti del PNRR, invece di limitarsi al piccolo cabotaggio, compiacendosi a sbandierare qualche piccolo progetto di ristrutturazione di edifici pubblici, avrebbero dovuto puntare molto più in alto, per ridisegnare la città dei prossimi decenni.
Il Rabato non può più attendere, sta crollando un edificio dopo l’altro.
La rigenerazione urbana di questa zona dovrebbe costituire una priorità dei prossimi anni e la classe politica dovrebbe misurare il proprio valore dalla capacità di elaborare progetti ed interventi concreti e non meri spot propagandistici.
La prossima campagna elettorale, se vuole allontanarsi delle polemiche sterili e scontate, e contribuire a selezionare una nuova classe dirigente, dev’essere capace di misurarsi con la complessità, ma anche con la bellezza, della città migliore che vorremmo diventasse Agrigento.
