di Alfonso Bellavia

Non so se la storia che sto per raccontare l’ho vissuta davvero. Forse no. 
Forse appartiene ad altri, a mia madre, alle zie. Ai cugini più grandi.
Storie raccolte qua e là, messe insieme per farne una sola. Eppure, ogni volta che la racconto, sento che è mia.

Quel bambino che ero adesso mi guarda, mentre scrivo. Mi osserva con quell’aria di quando, da piccolo, i grandi raccontavano i fatti a modo loro. 

«Ma che cavolo racconti, io non c’ero.»  

«Lo so» gli rispondo.  

«Ma io volevo esserci.» 

A metà agosto la mia famiglia si riunisce nella campagna favarese. Da qualche giorno sono arrivati anche i parenti della Puglia, come ogni estate. 

La giornata inizia con lei, mia zia Antò. La vedo ancora piegata sulle cassette di pomodoro. Non c’è fretta nelle sue mani. Li sfiora appena, con un rispetto quasi religioso. Sembra che li ascolti. Ne prende uno, lo avvicina alla bocca, gli dà un morso lento. Come si fa con qualcosa di sacro. 

Guarda i fratelli.  

«Chistu si ca è pumadoru.» 

«Certu ca è pumadoru» dice Kaliddu, mio padre, ridendo.  

«Un c’è nenti d’arridiri, Kali. Chistu è siccagnu. Dintra c’è l’anima di sta terra. Chistu sa i a circari l’acqua. Chista è magaria.» 

«U capivu stu pumadoru, si i a circari l’acqua» Kaliddu scoppia in una fragorosa risata trascinando anche i fratelli. 

Noi bimbi corriamo felici tra le casse. Qualcuno cade, si rialza, e riparte senza nemmeno guardare se si fosse fatto male.   

È l’alba.  
Il sole si alza lento, lento.   

Le sagome delle colline si staccano a poco a poco dal buio. 

L’aria tiepida ti si appiccica addosso. 

Poi i colori, piano piano. 

Sulla tavola uva, melone, pesche, anguria, fichi.  

Una forma di primo sale, olive e perfino le acciughe. 

L’odore di pane è forte. Da dentro, il borbottio del caffè. 

Mia zia esce dalla cucina. Si ferma sulla soglia. Ha ancora le mani bianche di farina. Le pulisce nel grembiule. Guarda i suoi fratelli, indaffarati a sistemare le casse di pomodoro. 

«Menu mali ca ci sugnu io!» 

«Chi v’avia dittu?» 

Afferra la pala e tira fuori il pane. Lo poggia sul tavolo.  

«Mi pariti nzallanuti.» 

Prende un muffulettu con una mappina e lo porge a mio padre. 

«Ta ricordi comu si fa u pani cunzatu, Kali?»

«Ma avò finiri…lo sacciu comu si fa.»

«Buttana di me nanna… ma brusciavu!»  

Soffia sulle dita, le muove come se volesse far uscire la bruciatura. 

«Mi pari babbu… unnu vidisti ca u niscivu ora do furnu?» 

«Si… sempri a solita cumannera.» 

 Lei ride. 

«Prima l’ogliiu… poi scrafazzacci u pumadoru. Lassa ca u pani si linghi di u so sucu.»  

Kaliddu sbuffa 

«Basta, fattillu tu.» 

«Va beni, va beni…mu fazzu iu.» 

 Zio Michele ride. E con quella parlata che ormai non era più né siciliana né pugliese. 

«Minghia, bona ca accuminze la jurnata!» 

«Lu vidi? Ci mettu a sarduzza, u caciocavallo…»  

Sta per prendere le olive quando Kaliddu:  

«Levaci l’ossa.» 

Lei si blocca. Gli lancia un’occhiata. Si gira.  

«…e poi ogliu e origanu abbunnatu. Per ultimo u basilicò.»  

Noi siamo lì, immobili. Quei litigi non ci fanno più paura. Ci annoiano.  

Aspettiamo. 

Poi li sentiamo. 

Il belato.  

Il suono dei campanacci. Scattiamo verso il cancello.  

Franco le conta: «Une, duje, trèje…» 

Il rumore…la polvere…  

Si perde.  

Le pecore passano, sono tante. 

Il cane si muove a scatti, gira largo, si ferma. Si avvicina lento, quasi abbassato. Stringe il gregge dai fianchi, chiudendo qualsiasi varco.  

«U vitisti?!» strilla Michele.  

«Ih!»  

«Comu fa?» aggiunge Peppe. 

«Mizzica. Un si ferma mai, curri sempri!» Grida Tano.  

Restiamo a guardare, a bocca aperta. 

Il pastore batte il bastone a terra, poi un fischio intenso. Le pecore si fermano davanti casa. Si muovono nel bagliu, tra cassette di pomodori, pentoloni vecchi neri di fuliggine, tavoloni appoggiati alla parete per stendere u strattu. 

«Comu si chiama?» chiede Peppe rivolgendosi al pastore.

«Cane.»  

Lo chiamiamo in coro: «Cane… Cane.»  

Non ci degna di uno sguardo. 

Mia zia esce sulla soglia, gli porge le brocche.  

«Linghili tutti… chi ha ricotta?» 

«No, ta portu dumani.»  

Il pastore si abbassa. Si sistema tra le pecore e inizia la mungitura. Il latte scivola caldo nelle brocche, sprigionando profumi di erba appena tagliata. Quell’odore ce l’ho ancora addosso. È rimasto lì, da qualche parte.  

Il ragazzino mi guarda storto. 

«Ma chi? Tu? Ma si mancu c’eri…» 

Resto zitto. Ha ragione lui. Non ero lì.  

Eppure quell’odore mi arriva lo stesso, come se qualcuno me l’avesse lasciato addosso. 

Il pastore si pulisce le mani sui pantaloni.  

«Te ddocu.» 

Cane scatta gira ai fianchi del gregge.  

«Amunì!»  

 Il gregge si rimette in movimento.  

«Ohhh… ohhh!» Richiami secchi. 

Cane, accelera, rallenta, chiude la strada.  

Il pastore tira un sasso verso un gruppo di pecore che si era staccato. 

«Ih! Ih!» 

Cane le spinge. Rientrano nel gruppo. 

Ognuno con la sua brocca, piena di latte caldo e schiuma. 

Guardiamo in silenzio il gregge che si allontana. I campanacci si fanno piccoli. 

La schiuma ci resta attaccata alle labbra. 

Tano ci guarda: «Videmu cu arrinesci ad acchiapparla!»   

Giriamo la lingua. 

«Nenti…» 

«Aspetta…» 

Franco mette la lingua fuori, bianca di schiuma. Ride. 

«Semu tutti bavusciàte.» 

Ci fermiamo. 

«Eh…»  

Michele guarda il fratello e passa il dorso della mano sulla bocca. 

Resto a guardare. Quelle scene mi tornano davanti. A tratti si interrompono, poi riprendono. 

Quella abbanniatina    

«Ciciri… ciciri virdi…» 

Prima lontana, poi sempre più vicina. 

Una figura alta, magra.  

Non riesco a vederne il viso.  

Il vento caldo gli scompiglia i capelli. 

I mazzi di ciciri svolazzano nella cesta.  

Corro verso di lui.  

Caddi in malo modo.  

Rimasi lì, non avevo la forza di alzarmi. 

Michele mi strattona. 

«Non staie buono cu’ la capu. Assettati.» 

Siamo seduti in cerchio sotto l’albero. Zia Antò culla quell’impasto rosso scuro, lo infila nei vasetti con una calma che sembra un rito. 

Le nostre dita immaginano di impastare quel materiale molle. Ci avviciniamo.  

«Ma comu fa a essiri accussì russu?» sussurra Peppe. 

«Boh… pa zà Antò è una magaria» dice Tanu.  

La zia si gira di scatto. Uno sguardo di rimprovero 

«Un va avvicinati!» 

Torniamo sotto l’albero. Guardiamo lei e i vasetti da lontano. 

Franco: «E ci ni pigghiamu unu.» 

«Comu? Chidda avi l’occhi unni e gghie, e poi…  poi cu ci va?» dice Tano. 

Franco mi guarda.

«Iddu no… ca teni li pieti schiatti.»   

Scoppiano a ridere.  

«Michele. Sapi caminari cittu, cittu…»   

Litigano ancora. 

«Chiddi, chini d’acqua e chiddi ammaccati un su boni, quanti voti vi la addiri…» 

«A tia ti piaci cumannari, e poi semu stanchi» la interrompe mio zio Peppe. 

«Ma sa cuminciamu andura, nascistivu stanchi.» 
«Va beni, va beni.» 

Michele si muove. Piano. Allunga la mano. Prende un vasetto. Nessuno lo vede. Scappiamo sotto un albero di fico vicino allo stagno. Affondiamo le dita nel vasetto. In bocca.   

Ptu.

«Ma chi purcaria è?!»  

Brrrrr.  

«Schifiu!»  

«Cu sa mancia sta cosa?»  

Le mani sporche di strattu, le labbra rosse. Nascosti sotto la protezione di quel fico che si piegava quasi a toccare terra, sparivamo inghiottiti dall’ombra dei suoi rami e dalle sue foglie. 

Ma la zia si accorge subito che manca un vasetto.  

Ci mette tutti in riga.  

Il ragazzino mi guarda.  

«Stai inventando.»  

«Lo so.» 

«L’unica cosa vera siamo noi e i nostri parenti.»  

«Lo so.»  
«E allora?»  

«E allora racconto lo stesso.» 

Zia Antò cammina avanti e indietro, lenta. Si ferma di colpo. Ci guarda dritto negli occhi.  

Se qualcuno li abbassa, scatta: 

«Cu fu?» 

Silenzio.  

Riprende a camminare. Le mani stringono il grembiule. 

«Cu fu?!» 

Silenzio.

«Tantu u sacciu cu fu.» 

Un mezzo sorriso le taglia il viso. Si gira. Rientra in cucina. 

Torniamo sotto l’albero. Ognuno cerca negli occhi degli altri il traditore.  

C’è una spia. Deve esserci. 

Lei ci osservava da lontano, con quel sorriso appena accennato. Quella frase, “Tantu u sacciu cu fu”, ci aveva messi uno contro l’altro senza alzare un dito. 

Poi, quella storia scivolò via. Il fico torna a essere il nostro rifugio.  

La zia torna a brontolare per i pomodori ammaccati.   

Noi, di nuovo complici, come se niente fosse successo.  

La salsa è sul fuoco.  

Quel pomodoro ci stuzzicava. Studiamo come trovare un varco per arrivare alla pentola.  

«Faciti attenzione, e picciliddi! Su pronti a fari dannu!» gridano le nostre zie e mamme.  

Alla fine, riusciamo a passare, a immergere il pane e ad assaporare quella meraviglia.  

Zia Antò guarda le cognate nervosa. 

«Un ci mittiti u bicarbunatu na sarsa, mi raccumannu!» 

Nessuno osa contraddirla. Ci guardiamo. Senza dire una parola torniamo sotto il fico. A tutti è venuta la stessa idea. Parliamo piano, quasi sussurrando. 

«Allura, Tanu… tu vai in cucina e pigli ‘u bicarbunatu. Nàutri, cu un pezzu di pani, emu versa a pignata…» 

Tanu arriva di corsa e butta il bicarbonato nel pomodoro. La salsa reagisce con un soffio. Una schiuma bianca comincia a salire dal pentolone. Si gonfia, trabocca. Una cosa viva, che respira, che voleva uscire. Una magia.

Stavamo lì, immobili, stupiti da quella schiuma che scendeva dai bordi della pentola.  

Le mamme e zà Antò ci circondarono in un attimo.  

Scappiamo. Corriamo verso lo stagno.  

Ci nascondiamo tra le erbacce secche. Manca poco al tramonto, quello stagno pullulava di zanzare. Durante il giorno stavano quiete. Ma al calare del sole uscivano a nugoli, come un esercito.   

Prima le guardiamo affascinati. Poi ci piombano addosso. Ci massacrano. Non resistiamo più. Scappiamo, urlando e grattandoci. 

Pronti a consegnarci.  

Arriviamo gonfi, graffiati, pieni di punture.  

«Madonna santa… ma chi vi succidì?» dice mia madre.  

Zà Antò si porta una mano alla bocca per non ridere.   

Mi fermo. Il prurito, il bruciore, le risate… tutto diventa sfumato.  

Il ragazzino che ero mi guarda. 

«Che vuoi?» 

«Sono io.» 

Stringe gli occhi.
«Io chi?»  

«Tu.» 

Fa un passo indietro.

Scappa.

Si infila nello scatolone. 

Entro con lui. Sono dentro con lui.  

Si gira piano. Allunga la mano, tasta l’aria. Sento il suo respiro. 

Lì dentro stavo bene. 

Di Bac Bac