Ho chiesto a Tano Siracusa di diffondere nel nostro marginalizzato circuito lo straordinario testo di Mahmoud Darwich pubblicato, in questo infuocato mese di agosto, da Le Monde diplomatique. Le ragioni sono molteplici. L’articolo, scritto nel 1976 e tradotto dall’arabo al francese da Michel Seurat, ha carattere universale. Lungi dal potere essere confinato al dramma palestinese, esso parla, in realtà, a ognuno di noi, rappresenta per ciascuno di noi un invito a prendere coscienza, a schierarsi. Ci dice anche come la poesia e, più in generale, la letteratura, quando perdono il loro rapporto con la realtà e con l’oppressione, si svuotano, si eclissano, si riducono a sterile esibizionismo, a vacua formula di evasione.

Giacomo La Russa

A sette anni, Mahmoud Darwich non era Mahmoud Darwich. Mi ricordo molto bene di quel bambino. Era calmo e trascorreva una vita facile. Entrò a scuola a cinque anni. Penso che è stato un allievo brillante. Penso anche che era un po’ avventuriero. Viveva in un piccolo villaggio chiamato Al-Birwa, situato vicino Akka[1].

Un giorno, rientrando da scuola, non ritrovò a casa la madre. Gli si disse che se n’era andata ad Akka in compagnia della nonna. Decise immediatamente di raggiungerle senza neanche sapere che si trattava di una città. Prese la strada principale e camminò per diverse ore. Non ebbe mai paura ma soltanto un po’ di sete. Era ostinato e desiderava ardentemente raggiungere la madre. Ebbe la sensazione di vivere una grande avventura. Scoprì ciò che era una città, con le sue strade, le sue case, la sua gente. Ovviamente non ritrovò la madre e, dopo avere pianto, decise di tornare indietro. Giunto al villaggio, ritrovò tutti angosciati per la sua scomparsa. Avevano guardato nei pozzi per sapere se non ci fosse caduto. Quando, in un villaggio, un bambino scompare, gli abitanti cominciano a ispezionare i pozzi. Ricordo bene questo aneddoto.

Se il bambino, quel giorno, non era caduto in un pozzo, un’altra cosa successe qualche giorno più tardi. Era una notte di primavera[2] e alcuni colpi di fucile risvegliarono mio padre. Il bambino che ero fu portato via con qualche utensile da cucina, e tutta la famiglia fuggì sotto il chiaro di luna attraverso gli uliveti, per ritrovarsi, dopo qualche ora di cammino, in Libano. In quel momento, il bambino seppe per la prima volta ciò che era un «rifugiato». Quello stesso giorno seppe anche che la luna con la quale abitava era caduta in un pozzo.      

Mi ricordo molto bene di lui in Libano, nei campi dei rifugiati palestinesi. È lì che cominciò la sua vera presa di coscienza del mondo. Non sapeva ciò che significassero le parole «esilio», «Israele», «ritorno». Nessun bambino ha bisogno di tali parole, ma lui ne aveva bisogno perché coabitava con esse. Il bambino passò improvvisamente dall’infanzia al mondo degli adulti. La sua presa di coscienza del dramma palestinese si fece vivendo il dramma stesso. Essa venne fuori attraverso le parole, ed è così che egli entrò nel mondo del verbo.  

Quando fummo costretti a emigrare, avevamo l’impressione che il problema non fosse che provvisorio, che gli Arabi avrebbero vinto sugli aggressori e che tutto sarebbe finito nel giro di qualche settimana. Un anno più tardi, le persone si resero invece conto che si trattava del nostro destino. Bisognava tornare in Palestina senza pensare a ciò che sarebbe successo dopo quel ritorno. Tornammo, dunque, di nascosto al villaggio.

Quel ritorno fu per noi come la realizzazione di un sogno ma il sogno era distrutto. Il villaggio stesso era distrutto. Ero rifugiato in Libano e mi ritrovai rifugiato nel mio paese. Dovemmo fare molti sforzi per ottenere un’identità legale perché, secondo la legge israeliana, eravamo dei «presenti assenti»![3] 

All’inizio, quando andavo a scuola, dovevo nascondermi in una delle aule per paura che il sorvegliante mi vedesse, dal momento che non avevo alcuna autorizzazione. Non avendo carta di identità, non ero un cittadino. Fu così che cominciò la lotta.

Ricordo che, a dieci anni, ero appassionato di letteratura e di poesia. Tutto ciò che accadeva ai miei genitori e a me, io lo scrivevo. A tredici o quattordici anni recitai un poema in occasione di una grande festa organizzata per celebrare la nascita dello Stato di Israele. Le autorità chiesero a tutte le scuole di festeggiare l’anniversario con dei discorsi. Il direttore della scuola disse una parola, il professore ne disse un’altra e un allievo una terza. Dal momento che io ero un alunno brillante, soprattutto in dissertazione, e che i professori riconoscevano in me una buona inclinazione per la poesia, fui scelto per recitare un poema. Ero molto contento e scrissi un poema contro la storia della nascita di quello Stato. 

Vi parlavo del nostro dramma in quanto rifugiati, della diaspora del popolo palestinese, del saccheggio della terra e della persecuzione a opera dei governatori militari. Ero sentimentale e senza intelligenza politica. Esso fece un gran rumore nel villaggio e il governatore militare mi convocò. Mi schiaffeggiò e mi minacciò di prigione se avessi continuato a scrivere dei poemi. La poesia non era per me qualcosa di serio ma era piuttosto una sorta di effusione sentimentale e di divertimento. Quel giorno, il governatore militare definì la mia strada: scrivere poesia. Compresi effettivamente che essa è un’arma. Dovevo scegliere: o rinunciare a combattere, vale a dire a scrivere, o lottare e, dunque, scrivere poesia. Scelsi la lotta e questo forgiò il mio rapporto con l’autorità.  

Più tardi, quando andai alla scuola secondaria, constatai che gli israeliani ci insegnavano la maniera perfetta per diventare sionisti. Studiavo tutto ciò che concerne il popolo ebraico ma non grandi cose sull’islam e sulla storia del popolo arabo. Studiavo, per esempio, la maggior parte delle opere del poeta ebraico Haïm Nahman Bialik[4]. Imparavo a memoria la sua poesia. Al contrario, non conoscevo un solo poema di Al-Moutanabbi[5]. Bisognava che apprendessi la Bibbia a memoria per superare gli esami, mentre non studiavo mai il Corano. Tutte le opere letterarie che affrontavano la questione nazionale venivano vietate. Capitava che i professori arabi insegnassero ai loro allievi qualche poema antico che esaltava la gloria della nostra cultura. Quando essi venivano scoperti, si vietava loro di insegnare e li si cacciava.   

Il giovane arabo non scelse di fare politica, fu la politica che giunse a lui. Dappertutto: a scuola, negli spostamenti, in occasione dei viaggi, all’interno stesso del paese, si era confrontati a problemi politici. Quando si è giovani, non si sente la necessità, l’importanza dell’organizzazione. Si pensa solo a rifiutare lo stato di fatto ed esprimere quel rifiuto a parole o in poesia sembra essere ampiamente sufficiente. Ma, quando cominciai a leggere libri, a coltivarmi sul piano politico, compresi la necessità di aggregarmi a un partito rivoluzionario che combatteva tale politica e che riuniva le aspirazioni nazionali del popolo arabo palestinese. Fu per questo che entrai nel Partito comunista israeliano (PCI), subito dopo la fine dei miei studi secondari[6]. Divenni redattore a Al-Jadid, un giornale affiliato al partito, poi redattore capo della sua rivista letteraria. Tra il partito e me, l’accordo fu totale.

L’azione del PCI partì dal principio, in seguito cristallizzatosi, secondo cui la politica israeliana sionista conduce alla catastrofe e che non c’è soluzione sionista al problema arabo-israeliano. Che la sola soluzione risiede nel riconoscimento dei legittimi diritti nazionali del popolo palestinese. Del resto, esso dava il suo costante appoggio alle lotte sociali delle masse contro lo sfruttamento e il capitalismo israeliano. Le mie relazioni con l’organizzazione durarono fino al 1970, data nella quale decisi di abbandonare in maniera radicale questa realtà. Raggiunsi i ranghi della resistenza palestinese[7]. Così, la mia relazione con il partito fu sempre una scelta intellettuale e ideologica in perfetta armonia. Non mi dimisi dal PCI, ma non ne fui più membro semplicemente perché non ero più presente in terra occupata.

Nel 1973 mi trovavo in Libano. Ero uno dei pochi a credere fin dal primo giorno che gli arabi avrebbero vinto o avrebbero riportato qualche vittoria[8]. Decisi rapidamente di optare per un ruolo «letterario» in guerra. Scrissi poemi durante i combattimenti. Se, ben inteso, qualunque bomba rimane, per il tempo della sua esplosione, più forte di un poema, in seguito la situazione può cambiare. Registrai così ogni giorno gli effetti che la guerra aveva su di me. Le trasmissioni arabe così come i giornali riprendevano ciò che io scrivevo quotidianamente. Durante i combattimenti, tutto questo veniva considerato come una potente arma psicologica.               

La poesia è un’arma. È indiscutibile. Ma se quest’arma è arrugginita, se la poesia non è buona, non potrà mai adempiere al suo ruolo. Credo che la cattiva poesia, qualunque siano le intenzioni del suo autore di fronte all’imperialismo, gli rende in fin dei conti un servizio invece di danneggiarlo. Perché una poesia sia rivoluzionaria e possa adempiere al suo ruolo, bisogna prima di tutto che essa sia bella. La cattiva poesia si armonizza con l’imperialismo e con la bruttezza dell’influenza che esso esercita nelle nostre anime, nell’anima umana. La poesia del combattimento non esiste che a partire dal momento in cui essa sposa i problemi del popolo, l’essenza delle cose, i fenomeni storici. Bisogna che ci sia un assoluto in grado di fare della poesia un oggetto estetico permanente che commuova le persone e le spinga ad abbracciare una causa, una lotta, un combattimento contro un nemico o un ostacolo. La questione della poesia del combattimento è diventata un’evidenza presso di noi, presso i rivoluzionari, ma essa necessita un esame al livello artistico: è necessario che l’arma sia affilata e buona, elegante, bella ed emozionante.

Lavoravo dunque su due piani: approfondivo le mie relazioni con la causa palestinese e le mie relazioni con il linguaggio poetico. Camminavo su due vie parallele. A volte, la bellezza del mio poema -il suo grado artistico- era talmente astratto da passare attraverso la sua funzione.

Il poeta ha sempre il ruolo dell’agitatore, ma questo ruolo finisce molto presto. Il problema si pose con forza nel Terzo Mondo. Nel mondo arabo, l’80% delle persone erano analfabete[9]. Non potevano leggere un giornale. Come avrei potuto raggiungerle? Potevo scrivere solo in dialetto? Ogni volta che il livello della poesia si innalza, il numero dei lettori diminuisce. La posizione del poeta è allora delicatissima. Come fare per conciliare il progresso artistico personale con il livello culturale dei lettori? Questa questione non può essere risolta che attraverso l’esperienza individuale. Personalmente, non posso pretendere di avere risolto questo dilemma. Ho scritto una poesia all’avanguardia per il suo contenuto e per la sua portata rivoluzionaria ma il suo linguaggio era difficile. Non scrivo per gli uomini del presente, per il presente ignorante, ma per il futuro. Le mie relazioni con le masse sono le relazioni del futuro. Penso che l’evoluzione della letteratura non si giochi unicamente al livello della letteratura ma anche al livello del lavoro rivoluzionario. È per questo che la lotta non può rinunciare all’elevazione generale del livello culturale.        

Qualche anno fa, ero un mito nei paesi arabi, per la stampa, per il mondo letterario, per i popoli. I cittadini arabi, quando leggevano la mia poesia, mi ritenevano un eroe che aveva messo in pericolo la sua vita, quando invece non c’è assolutamente niente di eroico nella mia vita.

Mio padre, lui, è un eroe. In pochi giorni è passato da un livello di vita accettabile a una grande miseria. Ha avuto sei figli. Possedeva una terra ma ha sempre rifiutato di venderla. Essa è ancora oggi confiscata. Le autorità israeliane l’hanno comprata con la forza, hanno depositato il denaro in una banca mettendolo a disposizione di mio padre che si è sempre rifiutato di toccarlo, persino nei momenti critici in cui ne avrebbe avuto più bisogno. Preferiva morire piuttosto che prendere un solo centesimo di quel denaro. È questa, penso, una posizione patriottica assai bella.

Rendo personalmente omaggio all’eroismo ma non ho fatto niente per meritare questa qualità. Ben inteso, avrei potuto compiacermene, diventare una sorta di eroe senza eroismo. Ma, essendo molto fiero, sono oggi felice di essere stato il primo a rifiutare e a denunciare questo mito.

Ho scritto un celebre articolo nel mondo arabo, intitolato «Risparmiateci questo amore crudele»[10]. Spiegavo che non ero che un poeta principiante, un poeta che cerca di migliorare continuamente il suo stile e che tenta di meglio comprendere i problemi umani, il più grande dei quali resta per lui la causa palestinese. Aggiungevo in questo articolo che non ho mai smesso di essere l’allievo dei grandi pionieri della poesia araba e che l’apparizione di questo mito non era dovuto a un qualsiasi merito ma a delle simpatie politiche con i cittadini arabi che vivevano sotto l’occupazione israeliana.

Quando la voce di un poeta -in questo caso la mia- si innalza a sfidare l’occupazione e la supremazia dell’autorità israeliana all’interno stesso della patria occupata, si producono effetti magici sull’anima delle folle arabe. I critici sono andati oltre la necessità di esaminare la mia poesia in quanto poesia, accontentandosi di considerarmi un eroe senza eroismo.    

Io rifiuto quest’etichetta. Rifiuto il «mito Mahmoud Darwich» e rifiuto l’esagerazione di questo riconoscimento che non merito.

Preferirei che la Palestina sia libera e di non avere mai scritto un solo poema.

   Mahmoud Darwich         


[1] Città portuaria della Galilea occidentale, a una ventina di chilometri da Haïfa.

[2] La prima guerra arabo-israeliana cominciò il 15 maggio 1948, all’indomani della proclamazione dello Stato di Israele. Rapidamente, le forze israeliane occuparono la Galilea occidentale, in particolare il villaggio di Al-Birwa, dove viveva la famiglia Darwich.

[3] I «presenti assenti» indicavano i palestinesi rimasti nelle loro terre dopo la guerra del 1948, ma assenti dal loro domicilio o dal loro villaggio al momento del censimento del novembre del 1948. Benché presenti nel territorio, essi subirono la confisca delle loro proprietà in virtù della legge sui proprietari assenti adottata nel marzo 1950.   

[4] Nato in Ucraina, Bialik (1873-1934) è considerato come il poeta nazionale d’Israele.  

[5] Al-Moutanabbi (915-965), o «colui che si dice profeta», è considerato come il maggiore poeta arabo per la sua capacità di padroneggiare la lingua, la sua vita avventurosa e le sue descrizioni, spesso incisive o satiriche, delle società e dei poteri medio-orientali nel corso del X secolo.     

[6] Darwich aderì al PCI nel 1961, a vent’anni. Viveva allora a Haïfa.

[7] Nel 1970 Darwich lasciò Israele per studiare a Mosca, poi, nel 1971, si stabilì a Il Cairo. Nel 1973, raggiunse l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP). Visse a Beyrouth dal 1972 al 1982.  

[8] La guerra arabo-israeliana del 1973 cominciò il 6 ottobre. Darwich, stabilitosi a Beyrouth nel cuore delle istituzioni dell’OLP, divenne una delle principali voci letterarie del movimento nazionale palestinese. 

[9] Nel 2020, secondo varie fonti (Stati, ONU per l’istruzione, la scienza e la cultura -UNESCO-, Organizzazione araba per l’istruzione, la cultura e le scienze -Alecso-, la percentuale degli analfabeti oscilla tra il 30% e il 40%. 

[10] Questo testo fu pubblicato nella rivista Al-Jadid, n. 6, Haïfa, 1969. 

Di Bac Bac