di Davide Natale

Acqua e fuoco, tra gli elementi di Empedocle, sembrano quelli che hanno caratterizzato questa parte di estate ad Agrigento. Il quartiere di Maddalusa, assetato anche per sua stessa indolenza urbanistica mentre il Parco dell’Addolorata ha rischiato di incenerirsi ad opera, verosimilmente, di dita maledette. Tutto intorno la terra, Madre Terra, attende disorientata un ordine dagli uomini che tarda ad arrivare, e l’aria è resa putrida ed irrespirabile da cumuli di immondizia sparsi in ogni dove, tra le case e le strade realizzate dagli abitanti di una città che è riuscita a sprofondare nel pantano del degrado.
Anche di tutto questo si è discusso durante l’incontro tenutosi lunedì scorso tra l’Amministrazione Comunale e alcuni membri dell’Associazione Bac Bac la quale ha voluto presentare il masterplan redatto dall’Architetto Lattaioli e un gruppo di urbanisti perugini per una ‘Grande Agrigento’.
È già un fatto ‘politico’, registriamo noi, che una Amministrazione mostri interesse per un progetto che delinea una Agrigento del tutto diversa da quella sino ad oggi voluta e realizzata, dove mobilità, pedonalizzazione, trasporto pubblico, gestione complessiva del territorio, siano poste al centro di una azione amministrativa che tende a ridisegnare, rivoluzionandola, la città di Agrigento. Un ripensamento complessivo, radicale, che proietta la città in un altrove urbanistico del tutto diverso da quello che quotidianamente osserviamo.
E dove tutto è da fare, da ripensare, sembra necessario indirizzare la nuova gestione del territorio comunale mediante azioni che siano poste all’interno di un solco chiaro e definito, che non lascino dubbi o incertezze, dove le idee che necessitano di programmazione e risorse a medio e lungo termine possano essere anticipate da alcune realizzabili immediatamente, apparentemente piccole, ma capaci di lasciar intravedere la grande rivoluzione.
Penso, ad esempio, al momento dell’apertura delle scuole ,alla gestione dell’immenso traffico viario che si genera, e che conoscono bene tutte le madri e i padri che ogni santa mattina impacchettano i propri figli per depositarli davanti a scuole per nulla aiutate nella gestione dell’ingresso degli studenti, nella totale assenza di una azione che consenta ai piccoli ancora dormienti di entrare a scuola senza dover scavalcare auto ed auto, abbandonate ovunque, di altrettanti genitori che si adoperano nella stessa mansione quotidiana. Togliamole davanti le scuole, anche solo per il tempo dell’ingresso e dell’uscita degli studenti, le auto in sosta o in transito, creiamo spazi pedonali e protetti, spazi di sosta veloce per genitori concitati che intralciano chi, nel frattempo, procede. Ripensiamo completamente alcuni sensi unici o doppi sensi di marcia, pronti a verificarne e confutarne la bontà, e con questo ripensiamo a zone di parcamento dedicate ai residenti, ai commercianti, ai fruitori di zone ad alto flusso viario.
Proviamo a provare insomma, a pensare rischiando, ad esagerare laddove necessario, come potrebbe essere la città ricollocando altrove il fiume di auto che la invade, a gestire le sue onde di piena giornaliere.
Sporchiamola di nuove indicazioni sull’asfalto, di giallo, di rosso, di vattelapesca, con ambiti rigidamente pedonali, ciclabili, e ambiti alle auto consentite, ridisegniamola come farebbero i bambini sulla carta, con la loro geniale semplicità, e iniziamo a discutere, ma facendo, sul come potrebbe veramente essere.
Ripensiamola con le competenze che gli Ordini professionali posseggono, con il Parco della Valle dei Templi, con l’Università, con la straordinaria tenacia con cui la Curia agrigentina ha ripensato e ottenuto la fruizione della zona della Cattedrale.
Forse è un sacrificio che dobbiamo oggi noi adulti, forse un atto di coraggio che sia di esempio, un necessario metter all’angolo il nostro esser stati pavidi e rassegnati, all’insegna del – tanto non cambia nulla – per non esser stati capaci di immaginare un domani diverso per i nostri figli, pensarli giocare – che ne so – a calcio in piazza Vittorio Emanuele, o faticare in piazza Stazione dietro non so cosa, guardare una rappresentazione o un film in Piazza Pirandello, correre dissipando energie accumulate all’uscita della scuola verso un parco o una piazza libera di lamiere fumanti.
Non credo non si possa vedere che non c’è tempo, non c’è più tempo per non fare, adesso, ora, se vogliamo dare il tempo a chi, dopo di noi, sarà.
