di Tano Siracusa
India, 1989. Immagini di vita quotidiana, di uomini e di animali, asini e cani, ragazzi addormentati sul marciapiedi, scimmie e vacche nelle stazioni alla partenza dei treni, moltitudini di uccelli vocianti, di piedi nudi e mani protese, di preghiere e feste indecifrabili.
Sapevo che quelle fotografie se non restituivano l’inafferrabile complessità della giostra visiva, erano comunque documenti, prove che ciò che mostravano era accaduto.

Oggi non è più così. La conoscenza della realtà sembra arretrare e svanire nella nebulosa delle sue rappresentazioni mediatiche.
L’immagine fotografica, che aveva cominciato a smarrire il valore di ‘prova’ con l’avvento del digitale, con I.A. ha finito di perderlo del tutto. Non è più affidabile come documento. Neppure i filmati, d’altra parte, certificano una realtà ormai smarrita dietro i suoi doppi tecnologici, in un pervasivo gioco illusionistico.
Ma le fotografie erano anche delle immagini che cercavano una forma nel solco e nei repertori delle arti visive, della grafica e della pittura. Era importante l’informazione, che nei migliori fotografi veniva affidata alla cifra stilistica delle riprese.
Un ‘poeta’ della fotografia come Giacomelli realizzava reportage drammatici, saturi di informazioni sui contesti esplorati, che non avevano bisogno di molte parole, interamente affidati alla cifra espressionistica delle immagini. Parole invece, tante e indispensabili, usate per ‘spiegare’ da decenni quella specie di ossimoro che è la ‘fotografia concettuale’ o tanta parte della ricerca fotografica contemporanea.
Eppure quelle immagini in bianco e nero si continua a scattarle, a volte ancora con la pellicola, con camere digitali che simulano nel formato e nei comandi le vecchie Leika, e vengono mostrate. In alcuni casi hanno ancora un pubblico, un mercato.

Oggi quegli scatti di Delhi, Agra, Benares nell’89, documentano meno una realtà scomparsa che una istintiva ricerca formale, anche quando inquadrano una povertà che non si nasconde.
Esiste forse una specie di precomprensione dello sguardo, della sua apertura. Anche nel riconoscimento di un equilibrio fra le cose e i viventi, che può appartenere a una realtà destinata a restare sconosciuta, non decifrata. Come era l’ India.
Ma quella immediata ricerca dell’inquadratura, quella selezione visiva, credo fosse già una soglia, una finestra aperta.

Ci sono ottime ragioni per sostenere che per fotografare bene un posto bisogna prima conoscerlo. E un’obiezione. Lo stupore per ciò che non è familiare, mai visto prima, sconosciuto, apre e intensifica lo sguardo: esiste una meraviglia per gli occhi come una per la mente, irriflessiva la prima, razionale la seconda, ed entrambe delineano accessi incrociati alla realtà. La scoperta visiva presuppone la non conoscenza dell’oggetto, quella razionale può fare a meno dello sguardo.

Nel caso specifico del ‘pianeta India’ pochissimi fotografi occidentali possono dire di averlo esplorato e ‘conosciuto bene’, eppure in tanti, europei e americani, vi hanno scattato eccellenti fotografie. Riformulando l’intuizione di Robert Doisneau: se si vuole scattare una buona foto lo sguardo, la via d’accesso più immediata alla realtà, deve essere ‘stupido’.
