di Tano Siracusa
Mettere ordine nel disordine che produciamo potrebbe sembrare un esercizio legato esclusivamente all’ambito dello spazio, che la pratica della fotografia può aiutare ad arginare: dentro il mirino si cercano infatti le geometrie, l’ordine cui aspiriamo e che ci sfugge. Ma rovistando fra vecchi negativi in un archivio diventato un caos, ci si può accorgere che il disordine appartiene anche alla sfera del tempo, quello personale della memoria, dei ricordi.
I negativi che conservo sono migliaia, impronte di foto scattate nell’arco di circa venticinque anni in una trentina di paesi diversi. Divisi in strisce di sei fotogrammi, sono custoditi in appositi contenitori trasparenti di sette strisce. Un contenitore per un rullino. Nel corso degli anni le strisce di negativi si sono rimescolate nei contenitori fino a proporre un’ attendibile approssimazione del caos assoluto. Ma il disordine della loro redistribuzione nei contenitori, per così dire spaziale, determina per molti negativi l’assenza di informazioni sul contesto, sul luogo, e quindi anche sulla data: sono immagini mai viste, che provengono da un nulla di ricordi, sfuggite alla griglia della camera oscura e della memoria.
È un’esperienza curiosa. Le fotografie scattate, anche se completamente sbagliate, costituiscono comunque un’intensificazione dell’esperienza visiva che dovrebbe favorirne il ricordo. Una stampa può essere l’accensione rinnovata dalla memoria nel filo di una lunga sequenza, anche di un’intera giornata. Per esempio un viaggio in macchina da Marrakech a Essaouira, un’ interminabile allucinazione, la foto scattata dalla camera dell’hotel, la prima di migliaia poi scattate a Essasouira, una donna avvolta in una coperta bianca che sembra un fantasma e guarda dei bambini giocare, l’incontro con Mustafa, la cena dalla femme berbère, la donna fantasma riapparsa per mangiare avidamente i nostri avanzi. Un’intera giornata attorno a una foto.

Ma col passare del tempo le fotografie custodiscono sempre meno le scie dei ricordi.
D’altra parte il tempo della fotografia è l’attimo, e sarebbe impossibile ricordare decine di migliaia di fotografie, soprattutto se non sono mai state stampate. La differenza, la discontinuità visiva sperimentate nei pochi scatti riusciti, non bastano a uncinare i ricordi.
Rovistare nel caos dei negativi può allora dischiudere prospettive già variamente esplorate con metodi scientifici o filosofici sulla nostra identità, sul nostro problematico permanere nel tempo.
L’esperienza personale di chi ha passato anni in camera oscura e (ri)vede solo adesso per la prima volta su uno schermo le immagini del secolo scorso, inclina verso il non riconoscimento, in una specie di distaccata dissociazione. Io come un altro.
Un esempio recente. Vedo sullo schermo del computer la scansione di una foto scattata in un luogo imprecisato in una data qualunque fra gli anni ’80 e ’90. Un grande ombrello nero nasconde quasi del tutto un ragazzino (o un nano?) riparandolo dal sole. Oltre l’orlo superiore dell’ombrello appare in parte la testa inclinata di un uomo (o una donna?), la sua espressione corrucciata. ll grande ombrello nero lascia vedere solo le gambe di chi lo regge e parte del volto di fronte: come in un unico corpo sconnesso, gambe e volto non si corrispondono. La strada bianca è invasa dalle cartacce e dalla vampa di luce, uniche, generiche informazioni sul contesto, che non giustificano lo scatto.
Non ricordo nulla del prima e del dopo questa foto, neppure osservando i due scatti che l’ hanno preceduto alla ricerca dell’inquadratura giusta, quel passo che ha allineato le gambe e la testa dei due personaggi nascosti dall’ombrello e che trasforma una scena reale in un’immagine vagamente surreale.

Vi riconosco la mia ostinazione di fotografo, il piccolo azzardo legato alla necessità di dovermi nascondere, ma nessuna memoria della breve sequenza. Potevo trovarni in Messico, o forse in Perù o in Guatemala.
Mi sembra una buona foto, fra le migliori in quei paesi e di quegli anni, scattata e dimenticata da un me stesso dimenticato, in un tempo vissuto e cancellato, per me come inesistente. Se ho potuto dimenticare il piacere, l’ingenua soddisfazione per una sfida vinta, mi sembra che questo scatto, come altri simili, non mi appartenga del tutto.
Gli oggetti scompaiono attorno a noi nel disordine che alimentiamo. Quasi sempre poi riappaiono. Nel disordine della memoria invece, nel nulla delle sue assenze, il ricordo delle fotografie scattate, anche delle poche buone, può dissolversi del tutto, e solo venti anni dopo riapparire su uno schermo: non come un ricordo, ma come dalla visione di un altro me stesso, scomparso come tutta la vita vissuta e dimenticata. Un’immagine emersa dal nulla. La visione e la fotografia di un altro.
Se dovessero chiedermi d informazioni sull’autore, potrei anche ammettere di conoscerlo, ma di non essere io. Non proprio. Intanto dubito che avrei ancora quella abilità, la pazienza e l’ostinazione necessarie per fare quel passo decisivo e trovare l’inquadratura cercata, e poi scegliere l’attimo giusto. Ma soprattutto mi sembra di non esserne del tutto l’autore per non averne conservato il ricordo, per essermene separato. Per non averlo, suppongo, meritato.
Nel video raccolgo alcune di queste foto mai stampate, non agganciate dalla memoria e che non mi pare di avere mai visto prima. Appartengo a una generazione che ritiene reali le fotografie solo se stampate. Forse avrei difficoltà a stampare queste foto e a pubblicarle dichiarandole mie. Nel video “nero su bianco” l’asterisco sul mio nome indica la distanza e il dubbio.
