di Tano Siracusa

Una donna anziana, avvolta nelle vesti colorate che usano tradizionalmente le donne in Marocco, è seduta su un gradino che sporge sulla strada in salita verso via Neve. Passando scambia un saluto con un cenno della mano.
La signora ha raggiunto la figlia sposata con un agrigentino e abita un appartamento non lontano dal loro. Ha lasciato il suo paese e abita uno spazio che è stato pieno di botteghe, di venditori ambulanti sugli asini e di artigiani, di bambini che usavano la strada, lo spazio publico, come un prolungamento di quello angusto, privato, che abitavano.
Adesso con la figlia, il genero, le due nipotine che vanno a scuola e le corrono incontro nel cortile, una gatta rossa che la segue quando sale le scale verso casa, fa parte di una famiglia che collega due mondi, quello delle Medine e il nostro, di cui senza saperlo sta ridisegnando le mappe.
Non si vede mai un residente storico della città seduto sul gradino dove la signora marocchina sta riposando o forse aspettando qualcuno.
Lo potrebbe fare qualche turista ignaro delle mappe, dei nascosti, mai decifrati divieti tracciati nei secoli dai residenti. Misteriosi interdetti che non riguardano solo i marciapiedi o qualche gradino di una scalinata, ma anche le panchine di un giardinetto pubblico, qualche angolo della città attrezzato per una sosta, un intero parco. A volte si tratta di interdizioni limitate, circoscritte, di carattere sociale, generazionale, negli ultimi decenni anche etnico. I turisti non sanno. La loro imprevedibilità nella frequentazione e nell’uso dei luoghi è conseguenza di uno spaesamento, della mancanza di riferimenti diversi da quelli trovati nel web o comandati dai piloti automatici, che possono condurli su ingombranti fuoristrada a perdersi nelle vie strette e intricate della città medievale.
L’anziana signora marocchina sembra invece ritrovare in questi spazi le mappe del suo paese, dove donne e uomini, anziani e bambini, usano il bordo dei marciapiedi anche per sedersi, oppure accovacciarsi, poggiando con le ginocchia piegate sui calcagni. Sostano sulle sporgenze o rientranze che offre lo spazio cittadino o nella vasta distesa brulla di un altipiano.
L’irregolarità del suo sostare nel centro storico di Agrigento altera e arricchisce, spiazzandola, la percezione di uno spazio proiettato lontano nel tempo, nella storia di questi luoghi, quando a Kerkent i berberi erano a casa loro.
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foto Tano Siracusa
