di Tano Siracusa

Pare sia cambiato qualcosa di profondo nella percezione della guerra, almeno in Europa e sicuramente in Italia. Nel nostro paese la partecipazione alle due guerre mondiali venne preceduta e accompagnata da manifestazioni di aperto consenso. Di minoranze rumorose nell’Italia giolittiana del ’14, studenti, piccola borghesia intellettuale, artisti, e di folle esultanti rintronate dalla propaganda del regime fascista nel ’40.
Oggi è impensabile che un qualunque gruppo sociale o politico possa manifestare per entrare nella guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l’Iran.
Non ci sono ‘arditi’ in giro, nè vertici militari che spingono per entrare in scena. La nostra destra, anche quella ‘estrema’, si infiamma per Sanremo e la Nazionale di calcio e contro i poveracci che cercano di raggiungere le nostre coste, minacciando a loro parere i confini della Patria. Al posto di D’Annunzio e futuristi, o Mussolini, oggi occupano la scena Salvini e Vannacci, o Giorgia Meloni.
Ci sono invece, dove lo scambio fra la realtà e la sua duplicazione tecnologica profila una variante antropologica inedita e inquietante, piccoli gruppi di antisemiti, neonazisti, razzisti o di fanatici religiosi, convinti che in guerra si entri direttamente armandosi e provocando stragi di civili.
Ottanta anni di pace in un mondo dove le guerre locali, le dittaure, i genocidi, sono continuati prima e dopo il crollo dell’URSS, e lo ‘spettacolo’ mediatico di un mondo in fiamme, delle stragi di civili a Gaza, in Ucraina, adesso in Iran, spaventa chi ne sta fuori, sembrano avere tabuizzato la guerra nel senso comune degli ‘spettatori’.
Nella vittoria del No confluisce anche la diffusa paura di un coinvolgimento nella guerra, la paura di Trump. Potrebbe essere un segnale per le prossime elezioni politiche.
Intanto su Sigonella Giorgia Meloni per la prima volta ha dato a Trump un dispiacere.
Immagine: Fortunato Depero
