di Vittorio Alessandro

Stupefacente l’Odissea di Christopher Nolan. Avrei voluto non vedere subito il film, come mi accade con quelli il cui annuncio frastorna fino alla saturazione, ma il mio amico Gino ha detto che andava. Fuori c’erano trentacinque gradi e al cinema sarebbe stato necessario indossare un maglioncino: per la temperatura e per gli schizzi del mare, così realistici da arrivare fino alle prime file.

Stupefacente anche l’assenza del dialogo tra Ulisse e Polifemo e, con esso, di uno dei momenti più memorabili del poema: quello in cui Odisseo risponde al gigante: «Il mio nome è Nessuno».

Polifemo ha davanti a sé nessuno e, quando ormai è prigioniero della tela di ambiguità tessuta dall’astuto navigante, grida aiuto agli altri Ciclopi: «Nessuno (Outis) mi uccide con l’inganno». È uno dei vertici dell’intelligenza narrativa di Omero, e la sua omissione non può essere casuale.

Forse ha ragione Rosamaria Mancuso: sarebbero servite almeno altre tre ore se Nolan si fosse soffermato su tutti i passaggi dell’Odissea. Ma credo che la scelta risponda anche a un diverso progetto interpretativo.

Il Polifemo di Nolan, ridotto a un’enorme statua di gesso, incapace di accogliere e con l’unico occhio già incapace di vedere il giusto, rimane impresso come l’immagine di una crudeltà muta.

Colpisce la somiglianza del gigante con alcune sculture sommerse di Jason deCaires Taylor, in particolare con quelle dedicate agli ospiti respinti della Zattera di Lampedusa.

È questo, mi pare, ciò che soprattutto resta del film: la convinzione che tutti abbiano ormai tradito l’ordine di Zeus, protettore degli ospiti e degli stranieri. La xenía, l’ospitalità, non è una semplice virtù privata: è il principio che distingue la civiltà dalla barbarie.

Ulisse riconosce che il primo a violarla è stato lui stesso, quando abusò della fiducia dei Troiani facendo entrare il cavallo dentro le mura della città.

Poi tocca a tutti gli altri: Polifemo, Circe, Calipso, le Sirene, i Lestrigoni e perfino i Proci, che da anni attendono a Itaca che si liberi almeno un ministero dell’Interno.

La violazione della xenía, dice Ulisse, ha cambiato irreversibilmente il mondo. Ci vorrà tempo prima che la legge dell’accoglienza torni a essere riconosciuta.

Itaca è cambiata. Ulisse non è più lo stesso, e anche Penelope non è più la donna che aveva lasciato: non basta, dunque, restaurare il passato: occorre immaginare un nuovo inizio.

Per questo l’Ulisse di Nolan riprende il mare non più da solo, come nella profezia dell’Odissea, ma insieme a Penelope. È una conclusione che richiama quella di altri importanti naufragi cinematografici, nei quali l’amore sopravvive alla catastrofe. Ed è questa, forse, la parte più decisamente americana del film.

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(Nella foto, uno scultura subacquea di Jason deCaires Taylor)

Di Bac Bac