di Alfonso Bellavia

Dal Rabato arriva un frastuono di tamburi, chitarre e grida che richiamano cantilene arabe, le stesse cantilene dei fruttaroli che girano per la città.
Il suono cresce e si fa sempre più vicino. Poi, come dal nulla, sulla via principale sbucano di corsa una trentina di giovani travestiti da beduini, sudati e affannati. Sembrano usciti da una sfilata di carnevale.
Le lenzuola annodate alla vita diventano tuniche. Gli asciugamani arrotolati sulla testa, fermati con lo spago, sembrano turbanti. Qualcuno si è scurito il viso.
Le ragazze indossano abiti lunghi, forse presi dagli armadi delle madri. I veli nascondono i capelli. Qualcuna lascia scoperti soltanto gli occhi.
Suonano, ballano al ritmo dei tamburi e bloccano il traffico. I clacson impazziscono, ma il corteo non si apre.
Fermano i passanti, li prendono per mano e li tirano nel girotondo.
«Oggi si balla e si canta!» gridano.
C’è chi ride e si lascia trascinare. Altri si liberano e si allontanano scuotendo la testa.
Dal marciapiede un ragazzo urla:
«State scimmiottando gli Indiani metropolitani!»
Gero lo guarda, fa un passo avanti e grida:
«Noi siamo del Rabato, non di Roma o Bologna. Siamo Arabi paesani!»
Si alza un coro:
«Gero! Gero!»
Il corteo scende lungo il viale scandendo:
«Arabi paesani! Arabi paesani!»
Davanti a loro compare Lillo Lolita, u fruttarolu du Rabatu. Tiene l’asino per la cavezza e abbannia:
«Chi beddi aranci! Chi beddi aranci!»
«Lolita?» dice la Memoria. «Come il romanzo?»
«Sì.»
«E perché lo chiamavano così?»
«Non l’ho mai saputo.»
L’animale avanza lento, con i vèrtuli carichi di arance che dondolano ai fianchi. A ciascuna cesta è attaccato un manifesto con l’immagine dell’onorevole.
Il corteo si ferma. Alcuni si avvicinano e accarezzano il suo faccione.
«Ma quantu sì beddu!» gridano.
Poi girano attorno all’asino e a Lillo.
«Girgenti non è il tuo asino!»
Il nome dell’onorevole si perde tra fischi e insulti. Poi riprendono a ballare e a cantare.
Lillo li guarda allontanarsi, tira dritto e continua ad abbanniari:
«Chi beddi aranci! Chi beddi aranci!»
L’asino raglia.
A metà del viale, alcuni si arrampicano su un albero e si appollaiano sui rami, cinguettando. Sotto, gli altri si prendono per mano e girano attorno al tronco.
I passanti si fermano, alzano gli occhi verso i rami, poi affrettano il passo. Arrivano altri ragazzi, si raccolgono in capannelli, ridono, cantano e ballano.
In lontananza si sentono le sirene della polizia. Il suono si fa sempre più forte, fino a coprire il cinguettio, le grida, i canti e i tamburi.
Le auto arrivano una dietro l’altra. Da una scende Brillantina Linetti, il maresciallo della squadra politica.
Nessuno sa chi gli abbia appioppato quel soprannome. Di certo c’entra la sua testa calva. Ormai persino i suoi colleghi hanno quasi dimenticato come si chiami davvero.
«Calva?» interviene la Memoria.
«Sì. Calva.»
«Linetti aveva i capelli lisci, impomatati di brillantina.»
«Lo so.»
«E allora?»
«Così diventa più personaggio.»
«No. Diventa quello che serve a te.»
«La realtà non esiste da sola. Va accompagnata dallo sguardo di chi la vive e di chi la racconta.»
«Gli stai cambiando il volto.»
«E allora? A chi devo chiedere il permesso?»
Il maresciallo osserva i ragazzi accovacciati sui rami. Il freddo gli entra nelle ossa. Continua a chiedersi perché non sia a casa, al caldo. Gli mancano pochi mesi alla pensione e non vede l’ora di lasciare il servizio. Invece è sotto quell’albero, insieme ad alcuni poliziotti, circondato da quegli scalmanati che gli girano attorno.
«Come fai a sapere che non vede l’ora di andare in pensione?»
«Guardalo.»
«La stanchezza gliela metti addosso adesso. Con te tirava fuori l’amicizia con tuo padre. Due parole, un sorriso… cercava di sapere qualcosa dei vostri movimenti.»
«Ora che ci penso, era lui a informare mio padre dei miei movimenti.»
« Ti accusarono perfino di essere il suo informatore.»
«E tu sai che non era vero.»
«Lo so. Ma non trasformarlo adesso in un povero maresciallo infreddolito.»
Il maresciallo alza la testa verso i ragazzi.
«Scendete immediatamente!»
Dall’albero arriva un cinguettio prolungato. Indispettito, Linetti grida di nuovo:
«Ho detto di scendere!»
Gero smette di cinguettare e guarda giù.
«E perché mai?»
Il maresciallo esita.
«Perché… perché dovete scendere. Voi non siete uccelli.»
«Come no? Lui è un canarino, io sono un passerotto e quello lassù…»
«Sentite, non fatemi perdere la pazienza. Scendete e basta!»
«Esiste forse una legge che vieta di salire su un albero e cinguettare?»
Un agente guarda il maresciallo.
«Andiamo, di che cosa dovremmo accusarli?»
Il girotondo accelera.
«Uccelli liberi! Uccelli liberi!»
Il viale si riempie del suono dei tamburi e delle chitarre, di risate, grida e versi d’uccello.
«Ora basta. Non fatemi salire!»
Tra i rami scoppia una risata.
Proprio in quel momento altre sirene invadono il viale. Arrivano diverse auto della polizia. Ne scendono numerosi agenti, che circondano l’albero. Il suono dei tamburi si spegne poco alla volta.
Alcuni agenti si arrampicano tra i rami. I ragazzi resistono e si aggrappano alle fronde.
Nel giro di pochi minuti l’albero torna silenzioso. Quelli rimasti a terra si disperdono per non farsi prendere.
Sul marciapiede restano soltanto foglie e rami spezzati, un tamburo abbandonato, una tunica strappata e alcuni asciugamani che, fino a pochi minuti prima, facevano da turbanti.
Brillantina Linetti lancia un’ultima occhiata ai rami vuoti. Poi si volta e si avvia verso le auto.
Da un albero poco più avanti arriva un cinguettio.
