di alfabeta

La zia Ambra sognava di fare l’indossatrice, perciò da ragazza passava molto tempo a osservarsi allo specchio dell’armadio grande. Si guardava i capelli rossi e lisci, la pelle trasparente, le efeledi sul viso leggermente in ombra come nei ritratti di Mario Lopez. Poi, sorrideva e si salutava.
Buongiorno, diceva, e Ambra dallo specchio le ricambiava immediatamente il saluto.
O forse era Pablo a rispondere, aveva pensato la prima volta, un regalo di Giò per il suo tredicesimo compleanno. Aveva il becco giallo e le piume variopinte. Però la voce che le rispondeva buongiorno non era quella stridula del pappagallo. Era proprio la sua, forse un po’ afona.
Da bambina le dicevano che guardarsi troppo allo specchio è male.
Qualcuno, forse la nonna, le aveva spiegato che dietro lo specchio c’è nascosto un mureu. Abita lì, invisibile, cercando di scambiarsi con chi, rischiando di trasformarsi in un’immagine riflessa, se ne sta troppo a lungo davanti a lui.
Zia Ambra da grande non ha fatto l’indossatrice, ma l’agente finanziario di una multinazionale a New Ramped, poi a sessanta anni ha deciso che poteva bastare ed è andata in pensione. Nel ’24, in una piovosa domenica di ottobre, ha sposato Alfred Kosovic, anche lui sessantenne, un clarinista alcolizzato che vive nella capitale, dove lo ha raggiunto.
Nella grande città, in quell’ambiente di artisti, anche lei ha cominciato a bere e ha ripreso a guardarsi allo specchio. È come guardare un quadro, diceva ad Alfred, mentre lui dipingeva.
Questo lo raccontava lei, o meglio lo scriveva. Non vedo zia Ambra dal giorno del suo matrimonio, ma siamo rimasti in contatto, ci scriviamo. Mi ha anche inviato una foto, un self, lei con Alfred e un pappagallo riflessi in uno specchio. Non sembrava molto cambiata.
La disgrazia deve essere successa dopo quella foto, non so quando. Oggi ho ricevuto questa mail: “Con Alfred abbiamo litigato, è andato via. Si è lasciato cadere dalle mani il bicchiere, ha maledetto un mureu, ed è sparito nella penombra del porticato. Ho sentito che chiudeva il cancello. Da due giorni non si fa vedere né sentire.
Negli ultimi tempi se ne stava ore con la bottiglia in mano davanti lo specchio e parlava da solo, implorava di uscire da lì, che era una pena vedermi e non potermi toccare, non poter andare fuori, abbracciati, fino all’osteria di Umberto diceva, a festeggiare il nostro ritrovarci con due bottiglie di Pollo negro del ’12. Mi faceva pena, ma cosa potevo fare?”.



Di Bac Bac