di alfabeta

Eravamo arrivati da poco in quel quartiere e avevamo preso in affitto un appartamento a piano terra, tre stanze e il bagno. Accanto al nostro ingresso, sulla sinistra, c’era il bancone di Mosca, un ometto che vendeva pane e focacce.
Lo chiamavamo così da quando Elena era riuscita a coglierne la sfuggente somiglianza con le mosche che d’estate sciamavano ovunque.
Ma si può davvero, mi chiedo ancora oggi, somigliare a una mosca?
A un moscone, precisava Elena. La faccia del panettiere era in effetti ricoperta da una fitta peluria che dalle orecchie, come un da un buio cunicolo, diradava sugli zigomi per poi tornare a infittirsi in una corta barba, nera e vellutata. Si muoveva a scatti, a saltelli, a piroette, e quando parlava non separava le parole di una lingua pressoché indecifrabile.
Quel suono grave, a tratti sibilante, sosteneva Elena, era quasi identico al ronzio di un moscone. Lei lo aveva decifrato in due settimane. Nella focacceria di Mosca quasi tutti i clienti parlavano in quel modo, ad eccezione di tre o quattro, gente di fuori, che imitavano il gracchiare dei pochi, superstiti corvi azzurri che abitano ancora i tetti di Apuniachìn.
Come si sa, diceva Elena con un sospiro, le mosche dovrebbero temerli.
Non le credevo. Non ho quasi mai creduto a una sola parola di Elena.
Neppure quando una sera era rientrata di corsa, farfugliando nel fiatone che Mosca era stato divorato da un corvo azzurro.
Un’aggressione imprevista, una vera disgrazia, si lamentava Elena, lo dicono tutti in giro, non si parla d’altro.
Non le avevo creduto neppure allora.
Sono passati due mesi. La focacceria non c’è più e di Mosca non si ricorda più nessuno.
Ora nel suo piccolo negozio c’è una donna minuscola, sottile e giallognola, con due grandi occhi sporgenti. Vende miele, spostandosi da un’estremità all’altra del locale con la velocità e l’imprevedibilità delle vespe, come quasi tutti i suoi clienti.
Elena è riusciuta a riprodurre il loro linguaggio articolando rapidi movimenti e sterzate improvvise, e ormai trascorre la maggior parte del tempo a discutere in quel negozio delle delizie dell’estate, dell’inebriante profumo dei fichi maturi, quando a luglio si aprono come melograni e dentro hanno il paradiso.
Chiama la proprietaria Vespa, raccomandandomi di starne alla larga.
Ma quella ormai entra ed esce da casa nostra come se fosse un prolungamento del suo ronzante negozio.
Io ho rinunciato da tempo a decifrare quella lingua. Ho rinunciato anche a parlare perchè quasi nessuno mi capisce, neppure Elena, e quasi non esco più.
Se puoi, vienimi a prendere e portami via.
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Immagine: Giuseppe Agozzino, tecnica mista
