di alfabeta

Quella notte ero stato indeciso se rispondere perché il numero apparso sul cellulare non era sulla rubrica, ma proprio l’orario, le due di notte, quella perturbante irruzione nelle segrete profondità del mio sonno, mi aveva convinto a rispondere.
“Scusa per l’orario, ma devo parlarti subito”, aveva detto.
Quella voce, che pure mi sembrava di conoscere, era senza volto.
“Con chi parlo?”, ho sentito dire alla mia voce, che bisbigliava senza motivo perché a casa mia non c’è nessuno.
“Ascolta», ha replicato con tono gentile ma deciso, “è meglio incontrarci adesso, dobbiamo vederci. Devo vederti e farmi vedere da te, altrimenti sarebbe tutto più difficile.”
Avevo acceso la luce. Attorno a me il disordine della stanza mostrava la solidità e la permanenza delle cose; solo il pendolo oscillava nella sua nicchia, inseguendo insensatamente lo scorrere del tempo.
“Ti aspetto davanti al portone di casa”, aveva aggiunto un attimo prima di interrompere la chiamata.
Solo allora ho dubitato che quella voce fosse la stessa che stavo sognando: sognavo che qualcuno mi chiamava al cellulare per farmi gli auguri di buon compleanno. Il giorno dopo avrei compiuto quarantadue anni.
Ormai ero sveglio. Infilai una tuta e scesi le scale.
L’uomo che mi aspettava davanti al portone era un signore anziano, vestito con trasandata eleganza, e con un’espressione spaesata che mi sembrava vagamente familiare.
“Comprendo la tua perplessità”, aveva subito detto. “Ma non è solo il tempo che passa. Si cambia, si invecchia.”
Per strada c’era solo un gatto che ci osservava da un bidone della spazzatura.
Mi osservava con curiosità, come se volesse accertarsi di qualcosa che gli nascondevo.
“Ti piacevano i gatti», aveva detto. “Piacciono ancora anche a me. Ci ha sempre affascinato la loro prossimità e la loro distanza.”
Lo aveva indicato con un gesto della mano e subito dopo il gatto era saltato giù dal bidone della spazzatura, inarcandosi come un pesce che decide di inabissarsi.
“Ti stavo sognando”, aveva aggiunto, ma adesso quasi con tenerezza, con una specie di pena nel sorriso. “Ti facevo gli auguri per non so quale anniversario, forse un tuo compleanno, e allora ho pensato che era forse giunto il momento di incontrarci.”
La luce dell’unico lampione si era spenta all’improvviso e poco dopo si era riaccesa. In quel breve buio, nell’attesa, era scivolata una bolla di silenzio.
“Non puoi saperlo, naturalmente”, ha proseguito abbassando la voce, “ma quando ci siamo separati stavo sognando che qualcuno, uno sconosciuto, mi svegliava di notte con una telefonata e pretendeva di vedermi, di incontrarci.
Da allora sono scomparso, per te, per tutti, e il mio sonno è diventato profondo. C’è vento, acqua, c’è un grande deserto, e ti sogno raramente.
Ci siamo separati quella notte. Ed era la vigilia, adesso lo ricordo, del tuo quarantaduesimo compleanno.”
La strada era ormai completamente vuota. Si sentiva solo l’abbaiare lontano e furioso di un cane.
“Non è una disgrazia sparire così. C’ è un tempo che non passa. Adesso sei anche tu in un sogno nel quale invecchierai, rimarrai solo e ti dimenticheranno, e una notte sognerai qualcuno che ti chiama e vuole incontrarti. Allora, credo, ci incontreremo di nuovo.”
Ero rientrato senza salutarlo, voltandogli le spalle e chiudendo il portone.
Mi ero addormentato quasi subito, osservando il pendolo che continuava a oscillare nella sua nicchia.
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Immagine: E. Hopper
