di alfabeta

Pochi dei miei lettori si ricorderanno di Q., di sicuro uno dei miei pazienti più sensibili e collaborativi. Di lui mi sono occupato, assieme al prof. H. Gilbert della The University of Chigago, in Sparizioni: casi clinici. Ieri, dopo quasi un anno, Q. mi ha telefonato chiedendomi di visitarlo. Mi ha detto di sospettare un tratto delirante nei suoi attuali timori, un possibile carattere allucinatorio delle amputazioni che sostiene di avere subìto. Di ritorno da casa sua provo a descrivere l’incontro, un promemoria che può essermi utile per la terza edizione di Sparizioni: casi clinici che sto aggiornando.

***

Nel tardo pomeriggio la luce che entra dalla finestra aperta sul balcone colora di rosa le pareti del soppalco dove abita. Non è cambiato nulla dall’ultima volta, lo stesso ordine maniacale nell’apparente (mi ha spiegato una volta) caos della stanza. Solo nel suo viso noto un’asimmetria minima, trascurabile. Lo ascolto con attenzione professionale e, come sempre, con un interesse ulteriore, personale. Va tutto in malora, sospira desolato, sfiorando con la mano sinistra il naso come per assicurarsi che sia al suo posto. Con l’altra mano tira fuori dalla tasca della giacca un accendino. Ecco, guardi dottore, manca un dito mormora con amarezza, quello al centro, il medio. Ritiene che i suoi nemici abbiano deciso di farlo sparire a poco a poco. Prima lo hanno fatto sparire dalle fotografie che lo ritraevano in uniforme accanto al Capo. Poi hanno cominciato con l’orecchio. Racconta di aver visto scomparire prima il lobo dell’orecchio destro, e dopo sei giorni il dito medio della mano. Comprensibilmente non vuole che si sappia.
Con sua nipote R., l’unica persona che lo va a trovare, evita di parlarne. Lei è una testimone attendibile delle mie amputazioni, dice Q., può confermare tutto, anche se pensa che l’intero soppalco è infestato dai miei nemici, una vera trappola per chiunque vi abiti, e che l’unica soluzione sarebbe traslocare. Ma questo lo pensa R. che, come lei sa bene, è pazza. Insomma Q. non ci pensa proprio a traslocare. Va tutto in malora, si lamenta indicando la finestra, quei cornuti dei camionisti che bloccano le strade, i boss che spadroneggiano nelle periferie, i cani randagi a gozzovigliare dappertutto assieme ai barboni, il Capo in galera, le scimmie che ai semafori fanno casino con gli studenti. Con un’ombra di vergogna confessa che nelle rare interviste televisive che rilascia alle tv clandestine si fa riprendere da sinistra, con inquadrature strette. In piedi adesso, davanti la finestra, accende la sigaretta, lasciando poi volteggiare la mano come una farfalla ferita. Dopotutto, dice, sono stato il segretario del Capo, ero la sua ombra. Capisco i miei nemici. Ci affacciamo al balcone, guardiamo giù, per strada.
Uno spettacolo deprimente. Gli studenti schiamazzano con le loro divise blu e rosse sbandando come soldati in libera uscita, un macaco penzola dalla ringhiera del balcone di fronte, i cani randagi inseguono abbaiando i motociclisti. Poi, oltre la piazza, echeggiano degli spari e il calzolaio tira su la saracinesca. Il solito trambusto, mormora Q. disgustato, mentre una donna attraversa di corsa la strada illuminata dai fari gialli delle automobili. Sembra un uccello che sta per spiccare il volo.
Forse é un segnale, dice Q. sollevando lo sguardo verso il cielo ormai buio, dove si accendono le finestre del grattacielo e uno dopo l’altro si schiudono i suoi cento occhi bianchi.
Q. guarda in alto, avvolto nella vecchia giacca da camera, con le larghe tasche dove tiene sprofondate le mani. Forse ha ragione quella pazza di mia nipote, dovrei andare via da qui, sussurra, parlando forse più con se stesso che a me.
Poi, tirando fuori con cautela, come un oggetto usurato, la mano destra, prende l’accendino con le ultime due dita rimaste, il pollice e l’indice. Del mignolo si vede solo un moncone. Purtroppo i suoi nemici hanno già vinto, lo stanno facendo scomparire un pezzetto dopo l’altro. Aiutandolo ad accendere la sigaretta, colgo il suo sguardo angosciato e ascolto il soffio della sua voce rassegnata che chiede se, a mio parere, soffre di nuovo di allucinazioni. Fumi troppo gli dico, e prescrivo Psycojet da 3 ml., due volte al giorno per una settimana.

Di Bac Bac