di Vittorio Alessandro

Aspettiamo ancora che le promesse di rinascita del porto empedoclino si traducano in realtà.
La presentazione ufficiale del progetto, nel 2020, prevedeva tra l’altro la destinazione — improbabile — dello storico molo Crispi a terminal crocieristico, per l’altrettanto improbabile ormeggio di navi lunghe fino a 300 metri.
Di quel progetto, ciò che sarebbe servito più di ogni altra cosa era il dragaggio dei fondali. Non è stato fatto. La strategia di mantenimento si è invece ridotta al discutibile trasferimento di sabbie da una parte all’altra del bacino portuale.
Un’ampia area di demanio marittimo, in prossimità del molo di Levante, è stata poi destinata a deposito illecito di fanghi provenienti dal porto di Trapani ed è oggi sotto sequestro. Nessuno ha chiarito le implicazioni ambientali di tale accumulo né per quanto tempo dovrà permanere. Sarebbe stato più corretto procedere subito ad accertamenti su falde e acque prospicienti, così da consentire all’autorità giudiziaria di ordinare una rapida rimessa in pristino dei luoghi.
L’unica realizzazione è la nuova stazione passeggeri, con il rifacimento dell’area di banchina attigua. Ma l’impegno ingegneristico non ha previsto come essa potesse integrarsi nel contesto portuale. I porti, infatti — a differenza degli aeroporti, perfetti non-luoghi — non sono tutti uguali: prima di modificarli bisognerebbe studiarne, oltre alle potenzialità, anche gli umori.
Non lo si è fatto. E così la stazione passeggeri appare come un corpo estraneo, quasi calato qui da Marte; la sua curatissima custodia la fa sembrare un mausoleo, al quale si accede chiedendo il permesso.
Cosa d’altri, in un paese che di cose proprie ha sempre meno.
IL CAOS
A dimostrazione di quanto le opere marittime debbano essere studiate con attenzione, basta guardare la spiaggia del Caos, una delle più belle del nostro litorale.
Per arrivarci — si andava, naturalmente, a piedi — bisognava percorrere tutta la strada che costeggiava la Montedison, respirare da vicino i gas asfissianti delle sue ciminiere e superare la condotta che scaricava direttamente in mare i reflui acido-solfurei dell’impianto.
In fondo a quella lunga strada, proprio sotto la casa di campagna di Luigi Pirandello, tra «l’altopiano d’azzurre argille» e il «mare africano», si apriva un’ampia baia. A pochi metri dalla battigia, due scogli — uno grande e uno più piccolo — posati sulla sabbia segnavano un punto fermo del paesaggio.
Alla fine degli anni Sessanta, un’idea dissennata di turismo portuale portò alla costruzione di un molo che avrebbe dovuto ospitare — chissà come, chissà perché — imbarcazioni da diporto.
Il porticciolo non nacque mai. Ma quella struttura bastò a interrompere l’apporto naturale di sabbia e il ripascimento della spiaggia. Oggi, a distanza di decenni, ne paghiamo le conseguenze: il litorale è quasi scomparso e il costone retrostante, su cui corre la strada statale, è in erosione e sempre più a rischio, come più volte segnalato da Mareamico Agrigento.
Per una manciata di voti e qualche appalto fortunato consumato allora, oggi paghiamo un prezzo altissimo: all’ambiente, al paesaggio, alla sicurezza.
I due scogli della spiaggia del Caos, il grande e il piccolo, sono ormai sommersi. Fra qualche anno non si vedranno più.
I TURCHI SIAMO NOI
Pare sia stato un viceré di Sicilia a incoraggiare la cattura dei corsari barbareschi — i “turchi” — e l’espressione “Cu piglia un turcu, è so’” è rimasta a indicare una situazione confusa, in cui ciascuno arraffa ciò che può, e se lo tiene.
La Scala dei Turchi, a pochi chilometri da Porto Empedocle, era un buon luogo di approdo per quei pirati. Secoli dopo, quegli scaloni di marna abbagliante appena sfiorati dalle visite, furono ridosso per sparute persone, soprattutto empedoclini, ed anche per me.
A quel luogo “scògnito” — sospeso, cioè, tra il non conosciuto e il mistero — si accedeva dal mare o dopo aver percorso un lunghissimo tratto di battigia. Si arrivava da soli — o in compagnia di qualcuno che, con quella luce, non avremmo mai più dimenticato. Nelle ore di sole calante o nelle sere di luna piena, il silenzio era quasi necessario; ogni parola, di troppo.
La Scala dei Turchi, però, è stata presa ed è diventata, inesorabilmente, d’altri.
Poi gli scrittori, che certamente appartengono a tutti, ma che a questo luogo devono comunque la loro origine: è stato preso Luigi Pirandello; non si contano i tentativi di portar via anche Andrea Camilleri.
È stato preso il porto, amministrato ormai altrove, e un tratto di demanio per riversarvi i rifiuti dragati a Trapani; un altro per costruirvi un moderno, variopinto carcere per migranti.
È stata presa la spiaggetta, per un costoso dissalatore che doveva sorgere altrove.
Perfino la classe dirigente è stata presa, colonizzata da due o tre centri di potere, chissà dove insediati.
Negli anni dello sviluppo, altri avevano preso e preso: ma almeno fu lavoro, istruzione, speranza.
Qualcuno oggi — questo è vero — ha saputo lasciarci, valorizzandolo, ciò che c’era: le Ferrovie dello Stato, per esempio, le stazioni e il magazzino merci ora a disposizione delle attività culturali e scolastiche; il Parco Archeologico, la Villa Romana di Punta Piccola.
Ma, per il resto, è molto più ciò che ci è stato sottratto.
I turchi siamo noi.
