di Vittorio Alessandro

Tornare da Ragusa non è stato semplice. All’andata avevo percorso la strada semi-costiera, faticosa ma illuminata dal giorno. Lasciato il convegno su Andrea Camilleri — ricco di idee e di relatori, scandito da una stupefacente puntualità — il navigatore mi ha invece condotto per strade interne.
Nel buio ho lambito luoghi sconosciuti, senza attraversarli, in una Sicilia che mi è parsa disabitata: Cisternazzi, Castiglione, Coffa…
Nei pressi di Caltagirone il navigatore perdeva a tratti il segnale e sono entrato nella nebbia, sbagliando strada più volte.
La nebbia fitta l’ho frequentata soltanto qualche volta, per esempio tra Parma e La Spezia. Produce su di me uno stato d’animo che una parola siciliana descrive con precisione — e che non mi pare abbia equivalenti nella lingua italiana: appagnamento. È una combinazione di sentimenti diversi: l’allarme, la solitudine intensa, lo smarrimento. Una condizione che porta anche gli animali a imbizzarrirsi.
Su una strada molto stretta e chiaramente diretta verso il nulla — c’era soltanto la mia auto a percorrerla — ho capito che dovevo tornare indietro. Retromarcia nel buio, nella nebbia, con il timore di un dirupo sotto di me.
Rivedo ora il percorso sull’applicazione che — come diceva Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure, ammirando un registratore — “nulla lascia indietro”. Ho aggiunto ai molti chilometri altri inutili chilometri, mentre la voce indimenticabile di Paolo Poli leggeva per me I promessi sposi, interrompendosi anche lui, a tratti.
Ho ripreso, infine, la strada — Favarella, Costabaira, Semini — e, quando il navigatore ha ricominciato a funzionare, mi ha portato — chissà perché — tra Gela e Licata, su una stradina sconnessa che sale verso Butera e poi, con buche profondissime, riporta verso il mare.
Il nulla non richiede parole per essere descritto, e la Sicilia è anche questo nulla: esclamato come certe imprecazioni, come certi sguardi.
La stessa Sicilia che, in altri momenti, accarezza, come il paesaggio straordinario di Ragusa rimasto alle mie spalle: quel barocco che, come tante storie dell’isola, non rimanda ad altro che a se stesso.
