di Tano Siracusa

Malo Pinocho, diceva la vecchia proprietaria della pensione.

Era ormai buio, pochi minuti prima avevo fotografato dalla mia stanza un uomo che attraversava correndo la strada deserta.

La donna ricordava i morti ammazzati sui marciapiedi di quelle strade, un’altra sera, quel’11 settembre del 1973. Ricordava una sua fuga, quei morti abbandonati che si aveva paura ad avvicinare, il sacrificio di Salvator Allende, l’inizio della dittatura brutale del generale Pinochet durata fino al clamoroso referendum del 1988.

Malo Pinocho diceva quella sera di dieci anni dopo, nel ’98, mentre Pinochet era agli arresti in Gran Bretagna e il paese sembrava intimorito e diviso dalla sua ombra, diviso fra ricchi e poveri, fra nativi, come i Mapuche che sfidavano in quelle settimane le pallottole dei militari chiedendo la restituzione delle loro terre, dignità, riconoscimento culturale, e le vecchie e nuove classi dominanti insediatesi con la colonizzazione nelle città e nella selva, fra la vecchia signora della modesta pensione a Santiago e la ricca proprietaria di Los Sauces, che sotto un ritratto a olio del dittatore ricordava lo spavento di quei mesi col mondo sottosopra, con l’avvio della riforma agraria, con i Mapuche che spadroneggiano sostenuti dal governo di Allende.


Oggi, con l’elezione di Antonio Kast, la maggioranza dei cileni sembra voler rientrare nel cono d’ombra del “malo Pinocho”. Un altro paese latinoamericano che come l’Argentina ha subito una feroce deittatura, sceglie un candidato di estrema destra, apertamente schieratosi con Pinochet, fedele alla sua memoria.

Tuttavia il Cile non è solo uno scenario di contrasti sociali, etnici e paesaggistici, di cordigliere innevate e di spiagge oceaniche, è anche il paese dei cani randagi e dei poeti, della loro sregolatezza, della loro libertà. Il paese dei cani randagi che occupano le panchine, attraversano in fila indiana le strisce pedonali, entrano ed escono dai negozi, dalle chiese, sonnechiano accanto ai militari davanti al Palazzo della Moneda. Il paese dei poeti, così tanti e popolari, liberi come i cani randagi, come quei cani abitanti di uno spazio diverso, impensato e pieno di senso. Il paese di Pablo Neruda e Roberto Bolaño, di Alejandro Zambra che sui poeti e i cani randagi in Cile ha scritto un romanzo. E di milioni di cileni che hanno combattuto e continueranno a farlo finchè quell’ombra li minaccerà.

Di Bac Bac