di Vito Bianco

Chi è Giacinto Rosa? Difficile dirlo. E poi, chi sono io per credere anche solo di poter provare a dire qualcosa di vero, o quasi vero, su Giacinto Rosa? Intanto: un nome con due fiori. È vero, o è un nome d’arte? Alla conferenza si è presentato così. Ha detto: “Mi chiamo Giacinto Rosa, sono un editor e mi occupo di storia dell’editoria italiana”. Mentre lo diceva gli occhiali rotondi d’acciaio gli sono scivolati lungo il naso grassoccio fino alla punta, ma lui non ha fatto niente per tirarli su. Io mi sono messo a fissare quegli occhiali in bilico (“tirali su, tirali su” avrei voluto gridargli) e non sono riuscito a seguire quello che diceva. Ogni tanto afferravo dei nomi, anzi dei cognomi: Bazlen, Vittorini, Sereni, Formenton. Quando la conferenza è finita abbiamo chiacchierato un po’ e prima di salutarci mi ha dato il suo biglietto da visita. Un cartoncino beige con su scritto Giacinto Rosa, editor, il numero di telefono e l’indirizzo di posta elettronica, con una parola strana, forse greca, prima della chiocciola. Mi ero avviato verso l’uscita ma ci ho ripensato e sono tornato indietro. “Scusa, Giacinto, non ti offendere, ma il nome sotto la foto di Sereni è sbagliato. Dovevi scrivere Vittorio, non Emilio. Emilio è l’economista”. “Cazz!” ha detto lui, “che sbadato, sono proprio un broscicone, uno svaporato di testa. Almeno dieci lezioni e nessuno si era mai accorto di niente, ci credi? Grazie, grazie; ma che offeso, mo’ quando arrivo a casa lo cambio, grazie ancora”. Meno male, ho pensato, un altro magari ci restava male.
Da quel giorno siamo in comunicazione. Quasi come se fossimo amici, non so se mi capite. Un paio di volte ci siamo visti per un caffè, ma più che altro ci scriviamo. Come stai? Tutto bene? Sto leggendo un malloppo tremendo. Oppure: infognato nero al museo. Inchiodato alle panche di questo terremoto di museo. Sto qui, al manicomio. Sì, Giacinto, che ha studiato storia, per vivere fa l’impiegato in un museo, non so quale, né con quali mansioni. Ma ci soffre. Ci soffre e si lamenta. “Sto sfanculo di museo. Sta tomba co l’ossigeno. Se putisse me la sarei già filata”. Io provo a consolarlo, ma è inutile. L’infelicità degli altri non la puoi curare, al massimo alleviare, che non è poco, se ci pensate.
Giacinto, forse giusto in questo momento, sta leggendo un’operetta mia in prosa; la storia di uno scrittore che non riesce a finire un romanzo autobiografico che ha cominciato molti anni prima perché la sua vita è così ricca di fatti e avventure che non può fare a meno di inserirli nel libro che sta scrivendo e allora le pagine aumentano, aumentano, perciò a un certo punto capisce che può finirlo solo morendo. “È un’idea bella tosta” ha detto Giacinto, “bella tosta, te dico la sincera verità. Mi attizza il coraggio che hai de tornare diciamo alla riflessione sul romanzo, de interrogarti su cosa facciamo veramente quando scriviamo o leggiamo un testo che se presenta come opera d’invenzione e però, nello stesso tempo, pretende di dire qualcosa su la vita vera, quella che viviamo tutti i giorni, non so se me spiego”.
Gli ho risposto che un po’ capivo e un po’ non capivo. “Ma ti piace?” gli ho chiesto. “Mi piace l’idea e la prima mezza pagina, che ho letto di corsa, il modo ganzo che hai trovato pe mette in moto tutta la situazione e appicciare la curiosità del lettore sveglio, attento, per il resto me devi lasciare tempo perché so oberato de lavoro e de gente che mi sta col fiato sul collo, abbi pazienza Pierì, cerca de comprendere la situazione mia infame, e in più sono mesi che l’editore non caccia una lira, hai capito, pe non parlà della galera, della vattelammoscia, della fregataccia del museo, senza di cui però devo riconoscere morirei de fame, Pierì, de fame”. “Non ti preoccupare Giacì, io posso aspettare, te l’ho dato in amicizia e…” “e no, no, no” mi interrompe, “io il libro tuo voglio leggerlo con calma e per il piacere di leggere finalmente na roba che vale, na roba tosta, tesa come nu manico di scopa, con un piglio suo energico, originale, che attizza insomma. Ci siamo intesi?”. Questo quasi quattro mesi e mezzo fa. Durante i quali si può dire non sia passato un solo giorno senza che almeno per un minuto non abbia pensato a Giacinto Rosa, per tornare a farmi la stessa inevitabile domanda: ma chi è Giacinto Rosa?
Tre settimane fa sento la musichetta del cellulare. Era lui. “Ciao Giacinto, come stai?” dico, emozionato. Se mi chiama, ho pensato, di sicuro ha letto. “Sto come sempre, sto, intronato e incastrato e infradiciato negli ingranaggi burocratici e catacombali del solito malefico organismo incomprensibile che siamo soliti chiamare museo, museo dalle muse come di certo saprai, le muse, il silenzio, la conservazione delle spoglie, delle reliquie, di tutto il vecchianculame de mammete che guai a chi ce lo tocca, poveri noi se succede, incrociamo la dita e tocchiamoci le olive, non sia mai…, pe non parlà…” “Scusa se ti interrompo Giacì, ma mi chiami perché sei riuscito a leggere dall’inizio alla fine o… lo sai quanto conta per me il tuo giudizio…” “Appunto Pierino caro, e sai anche che ti voglio bene, perciò mi preparo a cominciare stasera dopo cena la tua raffinata fatica; ma prima volevo chiederti: già qualcuno, mi dicevi, ma potrei ricordare male, qualcuno ti aveva fatto delle osservazioni, quali erano queste osservazioni?, non che la cosa, ma accingendomi finalmente, finalmente! a leggere questo tuo libro che mi attizza, già solo la tua puntuale descrizione mi attizza, io amo queste sfide formali, già te l’ho detto, il coraggio di andare controcorrente, pregustando il piacere volevo…” “Non ricordo di averti mai parlato di osservazioni, tu sei…sarai il primo lettore di Similitudini, e quindi…, e io credevo che mi avessi chiamato per dirmi…mi avessi, insomma, chiamato perché avevi finito di leggere e…” “e infatti comincio stasera, stasera, e in culo il mondo intero, museomorbo compreso” e giù una risata interminabile che somigliava al coccodè di un gallo, ma con una nota di, come chiamarla, di pazzia che nel verso del gallo non c’è, non ci può essere. Chi è, vorrei sapere, Giacinto Rosa? E chi mi credo di essere per credere di poterlo scoprire?
Fuori diluvia. Mi taglio le unghie dei piedi, metto il pigiama pulito di cotone azzurro e scrivo: “Ciao Giacinto, come stai? Mi stai leggendo?” “Cazz…Paragoni, giusto? Comincio domani” risponde lui, dopo qualche minuto.
“Similitudini”.
“Scu, scu, so imperdonabile, certo, Similitudini, bel titolo, ma so sprofondato nei manoscritti, affonnato fino al mento…”
“Non ti preoccupare. Volevo chiederti: Giacinto Rosa è un nome inventato, giusto?”
“No, vero. Che ti viene in mente?! A mia madre piacevano i fiori, a mio padre meno, ma l’ha spuntata lei. Però, sì, hai ragione, sembra inventato. Comincio domani. Buonanotte”.
“Buonanotte anche a te e grazie” scrivo a mia volta; e aggiungo una faccina rotonda che dorme.
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Dipinto: Paul Klee
