d Giacomo La Russa

Di Ettore Scola non molti probabilmente conosceranno Trevico Torino, Viaggio nel Fiat-Nam, una pellicola che, scritta da Diego Novelli e girata nel 1973 dalla piccola casa cinematografica dell’ex PCI, è un vero e proprio atto di accusa su quella che era la deportazione dei contadini meridionali, il cosiddetto esercito industriale di riserva del quale la Fiat e le altre fabbriche settentrionali si servirono per lanciare, nel Secondo dopoguerra, il capitalismo italiano. Grazie ad attori non professionisti e a immagini crude, prive di retorica o di infingimenti, sfruttando l’esperienza di Fortunato, un giovane di Trevico («non di Treviso, di Trevico, provincia di Avellino», sarà spesso costretto a precisare nella fredda, regale Torino), Novelli e Scola gettano lo sguardo sulla brutale condizione in cui gli emigrati erano costretti a vivere: dal loro arrivo in stazione alla prima visita medica, dalla ricerca (difficilissima) dell’alloggio alle notti trascorse in stazione, dal letto a ore dei dormitori pubblici alla stanza trovata a 300 lire a notte, dai primi giorni in Fiat (che non informava neanche i terroni del fatto che avessero diritto al rimborso del viaggio per raggiungere il Nord) agli incontri, la domenica mattina, a Porta Palazzo (dove gli emigrati si ritrovavano a centinaia per sentire un po’ del calore della loro terra e scambiarsi qualche informazione lavorativa), dalla catena di montaggio al durissimo lavoro in ferriera.

Il film non ammicca, non indulge, non stempera. Gli autori, dando voce ai protagonisti, mettendo in scena le loro storie reali, ricorrendo, in definitiva, al registro documentaristico, ci restituiscono per intero cosa fosse l’emigrazione del contadino meridionale, quale violenza, quale sradicamento, quale disumanizzazione comportasse. «Ma tu lo sai», dice un sindacalista anch’egli meridionale a Fortunato, «che, venendo dal Meridione, noi la prima cosa che perdiamo, purtroppo è doloroso, perdiamo la casa, l’amicizia, gli affetti, la via, la strada, tutte queste cose qui, ci troviamo disorientati». Oppure, in una lettera a un amico che dal Sud gli chiede consigli perché vorrebbe anch’egli emigrare, Fortunato scrive: «pensa che piacere mi farebbe avere qua, a Torino, un amico come a te ma a te lo debbo dire. A parte quello che scrivo a casa mia per non affliggere mamma, qua la vita è dura. Otto ore di fabbrica non finiscono mai e, quando finiscono, a parte la stanchezza, ti senti come un malato. Noi siamo nati contadini e la fatica non ci spaventa. Però, quando zappi la terra, sai che stai zappando la terra per seminare qualche cosa. Insomma non so che dirti, Nicolino. Bello sarebbe restare a Trevico e potere guadagnare quello che si guadagna qua a Torino». O ancora, nel finale, in un’altra lettera scritta ai fratelli come se fosse quasi il suo testamento spirituale, mentre egli si mette a correre all’impazzata per sfuggire alla meccanizzazione che lo sta divorando, prima di crollare per terra (con il cibo che dalla gamella si riversa sull’asfalto) e di gridare piangendo: «basta, basta!», Fortunato aggiunge: «questo mese vi ho mandato un po’ meno perché mi hanno levato dalla busta le giornate che non abbiamo lavorato per lo sciopero. Sì, il lavoro che al paese non c’era, qua ce l’ho e pure qualche soldo. Ma questo non è stare bene, non è soddisfazione. E ci sono quelli che hanno famiglia, che hanno tanti figli, che lavorano con me, che stanno ancora peggio. La miseria, se ci nasci, non te la levi mai. Per questo facciamo gli scioperi, perché vogliamo stare meglio. Per questo vi scrivo, perché pure voi non pensate di risolvere i problemi venendo qui, al Nord, come ho fatto io. Lo so che, restando a casa, farete i pastori e i braccianti a giornata ma l’importante è che sapete quello che vi aspetta se venite qua o all’estero. Il lavoro ce lo devono dare dove siamo nati. Dovete dirle queste cose agli altri ragazzi del paese, che non si devono fare convincere, non devono dare retta alle parole del governo e dei padroni, che è poi la stessa cosa. L’importante è che sapete perché e per colpa di chi, in Italia, c’è tutta questa miseria e chi invece su questa miseria si arricchisce. L’Italia, dicono, è un paese povero, non può dare lavoro a tutti a casa loro. L’Italia non è un paese povero. Poveri sono gli operai, i braccianti, i contadini perché così li vogliono fare rimanere. Poveri siamo noi, cari Salvatore, Nuccio, Benedetto e Tonino, vi abbraccio con mamma e le sorelle».

Ci sarebbe, dunque, molto da dire. In fondo, il film di Scola suscita quel sentimento che ci prende quando leggiamo le opere che amiamo, quelle di cui vorremmo succhiare ogni parola, trascrivere interi passi, appropriarcene. Si obietterà che molti figli e, soprattutto, nipoti e pronipoti di quei meridionali, grazie a quegli immani sacrifici, hanno migliorato le loro condizioni, si sono infine integrati, hanno persino occupato ruoli di responsabilità acquisendo un perfetto accento continentale. Si obietterà che molti di quei nipoti e pronipoti, in realtà, non hanno neanche sentito parlare dello sperduto paese campano, calabrese o siciliano dal quale, un giorno, il loro antenato, con la valigia di cartone, se n’era partito. Ma si tratta, a ben vedere, di obiezioni superficiali. Anzi, per rimanere a casa nostra, si tratta della falsa coscienza di una borghesia compradora che, sostenitrice (se non diretta espressione) dei partiti nazionali, quella emigrazione, non ha neanche conosciuto. Ora, invece, quella sofferenza rimane iscritta nella carne. Non la si può giudicare con gli occhi di chi pensa che costituisca soltanto una pagina dolorosa del passato. Quella sofferenza è invece in mezzo a noi, come se fossimo ancora tutti accanto a Fortunato, alla catena di montaggio, alle Vallette, alla scuola serale o mentre egli cerca un improbabile approccio con la ragazza che, figlia della borghesia torinese, cerca di istruirlo sullo sfruttamento operaio e la lotta di classe. L’emigrazione, insomma, frutto dello scambio diseguale, della colonizzazione dei territori, della loro riduzione a mercati di consumo e a bacini di manodopera, l’emigrazione, conseguenza dei programmi di aggiustamento strutturale e dei criminali accordi di commercio che hanno proliferato in questi ultimi decenni, non è finita, persiste, si è anzi allargata. Essa produce spopolamento, svuotamento, perdita. Che si tratti dei paesi dell’entroterra siciliano o dei villaggi senegalesi, delle periferie dell’est Europa o del Maghreb arabo, essa continua a essere costrizione, bisogno, fame, occupazione dell’immaginario, sfruttamento, a volte anche morte. Sotto questo profilo, il percorso della sinistra europea che, con un’ingenuità ai limiti dell’imbecillità, ha creduto alla fine della storia, che ha ciecamente sposato il liberalismo, che ha abbandonato le lotte sociali ed economiche e che pensa oggi di rifarsi una verginità utilizzando, quale nuovo cavallo di battaglia, insieme a lesbiche, transgender e omossessuali, il migrante (in questo modo va infatti ridefinito, con un’intollerabile dose di ipocrita buonismo, l’emigrante o emigrato), non può che essere giudicato per quello che è: un gigantesco tradimento del quale i Mitterand e gli Hollande, i Blair e i Brown, gli Schröder e i D’Alema sono già impietosamente chiamati a rispondere davanti al tribunale della storia. Anzi, in modo solo apparentemente paradossale, lo sfruttamento si è fatto più feroce, la classe operaia è stata smantellata, i precari, i sottoccupati e i lavoratori in nero, coi loro colori diversi, hanno occupato la scena, il capitale ha eroso impressionanti fette di ricchezza al lavoro. Del resto, la vita è una, il piacere di guidare uno Star60 da diciotto metri di lunghezza, duecento metri quadrati di superficie e motore da centoquaranta cavalli è forse un peccato veniale e tutti sanno che si troverà sempre qualche sprovveduto o interessato (o entrambe le cose) disposto a fare del baffuto gallipolese il suo idolo di carta. Trevico non è Treviso.                                                                                

Di Bac Bac