di Giacomo La Russa

La rivolta del popolo di Girgenti nel biennio 1647-1648 fa capire tante cose. La più importante è certo il fatto che, in realtà, le questioni sul tappeto sono sempre le stesse. In fondo, 400 o 500 anni di storia sono un soffio, qualche pagina di libro. Quella rivolta come tante sollevazioni popolari anche recenti (si pensi al movimento dei Gilets jaunes) non aveva nessuna possibilità di successo. Era priva di due elementi essenziali: un immaginario autenticamente diverso e dei mezzi in grado di sorreggerlo (le rivoluzioni, come quella russa, non possono che essere il frutto di lunghe elaborazioni concettuali pur potendo poi sorgere all’improvviso, approfittare, all’interno di questo laborioso quadro concettuale, di qualche vicenda occasionale). I rivoltosi girgentani del XVII secolo si muovevano invece all’interno dello schema politico, giuridico, amministrativo e finanziario che li circondava. Non volevano affatto cambiarlo. Di più, non erano nemmeno in grado di immaginarne uno diverso. Privi della scrittura e, dunque, della possibilità stessa di costruire un pensiero alternativo, volevano solo pagare meno tasse, evitare di essere spremuti dalle molteplici giurisdizioni che dominavano il territorio (la giurazia che raccoglieva le gabelle i cui proventi erano necessari, in parte, per inviare al re di Spagna donativi e tande e, in parte, per fare fronte alle spese cittadine; la chiesa e, in particolare, il vescovo che aveva un ruolo centrale nella vita economica e politica della città e riscuoteva gli affitti dai suoi innumerevoli latifondi).

A causa della difficoltà di rifornimento del grano e della stessa pressione fiscale, tutta la Sicilia era in fibrillazione (il 1647 è anche l’anno della rivolta di Masaniello a Napoli). Pure a Girgenti, tra la fine del maggio e l’inizio del giugno 1647, i contadini -che costituivano il nerbo delle classi popolari- erano pronti a insorgere. Era peraltro giunta la notizia che, a Palermo, fossero state abolite le gabelle sul vitto. La lettera viceregia, inviata a Girgenti, secondo la quale si sarebbe disposta l’abolizione della gabella sul pane, non fu ritenuta sufficiente. Il popolo chiedeva, in realtà, l’abolizione di tutte le gabelle. La mattina del 9 giugno 1647, festa dell’Ascensione, tremila persone si raccolsero in piazza e, al grido di «viva il Re Catolico Nostro Signore e vadano fora li gabelli», «si revoltorno doppo contro a detto sindaco e li brugiorno tutti i libri della professione legale et altri scritture, con quantità di mobili di casa … si revoltorno parimenti contro l’archivio criminale e civile, brugiando in detta pubblica piazza tutte le scritturi di lusso». La vittima principale della furia popolare, il sindaco, don Giuseppe Ugo, fu costretto a rifugiarsi presso il caricatore (il magazzino portuale nel quale veniva depositato il grano necessario tanto ad approvvigionare la città quanto ad assicurare le esportazioni). Viceversa, il vescovo, Francesco Traina, insieme a tutto il Capitolo, si recò in mezzo ai rivoltosi e portò con sé il Santissimo Sacramento. Come sempre in tali occasioni, furono fatti evadere i detenuti e, subito dopo, il giurato Nicolò Pancucci fu costretto a concedere l’abolizione di tutte le gabelle. Sul finire della giornata, i rivoltosi inviarono al viceré una serie di richieste tra cui la dilazione nel pagamento dei debiti della città.

Dunque, il popolo, come si può facilmente notare, benché esasperato, sta perfettamente dentro lo schema. Inneggia al re e chiede a quest’ultimo, come a un buon padre di famiglia, di proteggerlo dalle classi dirigenti locali riducendo la pressione fiscale e dilazionando i debiti cittadini. Non c’è alcun rifiuto del sistema e della struttura gerarchica che vede le classi più povere lavorare la terra, produrre il grano (a vantaggio dei proprietari civili ed ecclesiastici) e pagare poi le tasse di consumo. Nonostante i gesti eclatanti, l’irruzione in alcune case nobiliari, la loro distruzione, l’incendio degli archivi penali e civili, si chiede, insomma, l’alleggerimento delle condizioni di vita, non certo la modifica dei rapporti di forza. D’altro canto, due secoli dopo, lo storico cittadino, l’avvocato liberale Giuseppe Picone, un uomo colto, espressione della classe dei galantuomini, presentava in questo modo l’episodio e i suoi protagonisti: «era festività solenne quel giorno, quando la nostra plebe, guidata da più di trenta contadini, rotti alle ruberie ed alle grassazioni, avventossi a’ pubblici archivi, di cui mise alle fiamme tutte le scritture civili e criminali, scarcerò i prigionieri, saccheggiò le case dei ricchi, e uccise nove nobili personaggi». In fondo, concludeva Picone, «la ciurmaglia inferocita», il «volgo», i contadini «rotti alle ruberie ed alle grassazioni» (di cui egli però non possedeva alcun nome), avevano solo creduto di «liberarsi dal pagamento delle gabelle».

Da cui un’osservazione. A raccontare la storia, a inquadrare le cose, a definire, soprattutto, l’immaginario attraverso il quale analizzare i fatti sono coloro che appartengono a una certa classe, che si sono formati all’interno di specifici contesti di potere. Non solo ma tali fatti giungono a Giuseppe Picone o a Vincenzo Auria o agli stessi storici del Novecento o quelli di oggi (i quali si sono anch’essi formati all’interno di istituzioni portatrici di specifiche visioni) attraverso i bandi, le lettere e gli atti redatti dai giurati (Nicolò Pancucci e Giuseppe Giardina), dal capitano di giustizia (don Corrado Montaperto), dal capitano d’armi (don Isidoro de Lunar) o dal giudice criminale e civile (Carlo Cavalli). Il «volgo», la «ciurmaglia inferocita», i contadini «rotti alle ruberie ed alle grassazioni» non hanno mai avuto una voce o, se l’hanno avuta, l’hanno avuta per interposta persona, attraverso la mediazione della classe proprietaria, quella dei rappresentanti delle istituzioni del tempo.      

Di Bac Bac