di Giacomo La Russa

Citando l’Ecclesiaste, Spinoza scrive: «chi accresce la scienza, accresce il dolore» (Etica, IV, 17, scolio). Ma, subito dopo, aggiunge: «non dico questo per trarne la conclusione che l’ignoranza è preferibile al sapere o che fra l’intelligente e lo stolto non c’è alcuna differenza …». In effetti, per Spinoza, non ci sono dubbi: è una letizia in sé quella di comprendere. Di più, intelligere, comprendere, è l’unica cosa che conti per davvero, la ragione di una vita, una forma di beatitudine. Ma come può conciliarsi una simile virtù, una simile pratica (perché intelligere è essenzialmente studio, approfondimento, ricerca quotidiana) se essa provoca, in realtà, dolore, se essa costringe all’impietoso confronto con la banalità e la mediocrità circostanti, se essa finisce col restituirci per intero la tragicità della condizione umana? Invero, non esiste alternativa. È un po’ il mito di Sisifo: siamo costretti ogni giorno a spingere il masso, a riportarlo alla vetta perché, come insegna Albert Camus, «la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo». Per chi, insomma, si è incamminato sulla via della ragione, per chi ha abbandonato il conforto o l’alibi dell’ignoranza, per chi ha fatto della potenza dell’essere, del sapere la sua libertà, non può esserci paura. Lo spettro della solitudine, la sua angoscia, è infinitamente più forte in mezzo agli automi, ai retorici e ai pigri.

Ma c’è -si dice- un’altra questione: il tempo e le esigenze della vita materiale. Come può infatti chiedersi a qualcuno che è costretto a dedicare la gran parte delle sue ore al lavoro (spesso meccanico, ripetitivo o, in ogni caso, specifico, settoriale, tecnico) e che magari è pure preso da insopprimibili esigenze familiari, di trovare il tempo (e l’energia) per studiare, ricercare, comprendere? Per costruire, insomma, la sua identità arricchendola e potenziandola quotidianamente? La comprensione, la ricerca, lo studio non sono, in fondo, espulsi dalla moderna società di stampo capitalistico per la quale essi sono essenzialmente limitati all’acquisizione di un titolo che serva a trovare una qualche attività lavorativa? E, al di fuori di tale attività lavorativa, essi non sono, nel migliore dei casi, ridotti al rango di meri hobby, di vaghe passioni, di sterili diletti? Ecco, dunque, che, vista sotto quest’angolo visuale, la società nella quale viviamo, coi suoi imperativi categorici, i suoi obblighi, la sua conformazione, la sua stessa essenza, getta finalmente la maschera, mostra la sua oscenità, si rivela per quello che è: una gigantesca, infernale costruzione finalizzata, attraverso le sue istituzioni e la sua regolazione del tempo e del lavoro, a disumanizzare, a ridurre l’essere umano a un replicante, a impedirgli con tutte le sue forze di realizzarsi, a sottrargli l’ebbrezza della sua potenza: la potenza della sua ragione. Quale autentico desiderio, del resto, di una diversa costruzione sociale, quale imperioso rifiuto della mercificazione consumistica, quale volontà di porre le basi per un immaginario alternativo può sorgere in chi non osa, in chi non vuole riprendersi il suo tempo, in chi è stato convinto che il lavoro è tutto il suo orizzonte? Non è, in definitiva, proprio la religione del lavoro a costituire, nello stesso tempo, l’alibi e l’ostacolo, la giustificazione e lo strumento di oppressione? E, soprattutto, non può esistere una diversa forma di lavoro che, assicurando la sopravvivenza materiale, non privi l’uomo della sua unica vera libertà: quella di arricchire lo spirito? E, infine, non è, in realtà, proprio tale libertà quella che può davvero fare paura al padrone, al datore di lavoro, all’istituzione?

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dipinto di Otto Dix

Di Bac Bac