di Giacomo La Russa

In un’intervista rilasciata a un’emittente locale, Massimo Cacciari ha un po’ spiegato il senso della lectio recentemente tenuta ad Agrigento dal titolo “Gli antichi e noi”. Il professore ha detto che il «riferimento agli antichi è ormai qualcosa di puramente commemorativo», che «tutta l’impostazione scolastica, formativa, europea, occidentale mira a far dimenticare gli interrogativi, le domande e le questioni davvero centrali che possono emergere dal pensiero classico», che «l’antico, come l’abbiamo in mente noi, è ormai qualcosa di turisticizzato» e che, soprattutto, si è perduta la visione di ciò che l’antico significava e delle cose su cui esso potrebbe ancora interrogarci: l’insegnamento a mettere tutto in discussione, la consapevolezza dell’impossibilità di pervenire alla verità ultima e, conseguentemente, la coscienza della finitezza umana e, insieme, della tragicità della nostra condizione. Il cervello umano, ha concluso, si limita ormai a calcolare ciò che è utile, rinuncia a qualunque trascendenza. Grazie a una bella poesia o a una piacevole passeggiata nella valle dei templi, l’antico si riduce a consolarci, a gratificarci. Ha smesso, insomma, di interrogarci, di inquietarci.
Come allora non dare ragione al fascinoso professore veneziano? Come non sottoscrivere la sua tesi in un’epoca in cui, per esempio, il coro della tragedia palestinese (i manifestanti che, in tutto il mondo, sono ripetutamente scesi in strada per protestare contro il genocidio in diretta) viene sistematicamente ignorato o addirittura criminalizzato dalle autorità (Creonte) e dai loro prezzolati oratores (coloro che, dalle pagine dei giornali e dagli schermi televisivi, si sono da due anni assunti il compito quotidiano di ricordare il “pogrom” del 7 ottobre, la barbarie di Hamas, la sorte degli ostaggi, il carattere democratico dello Stato di Israele decontestualizzando, falsificando, manipolando e, in definitiva, ignorando quello che non è un conflitto o una guerra ma la sanguinaria e indiscriminata repressione del colonizzatore)? Come non essere d’accordo con l’ex redattore di Classe operaia ed ex deputato dell’ex partito comunista in un mondo in cui l’accumulazione finanziaria capitalistica ha raggiunto proporzioni fuori misura (da vera e propria ὕβρις), le masse precarizzate e pauperizzate perdono diritti e protezione (travolte, oltre tutto, dall’incontrollato aumento del costo della vita), la scuola è stata trasformata in mera appendice del mercato e della sua weltanschauung, la sanità pubblica è, di fatto, smantellata, il debito pubblico è ormai esploso (non certo a causa del disavanzo primario -l’Italia, per esempio, dal 1990 alla pandemia, ha sempre speso meno di quanto abbia incassato- ma a causa dello spaventoso aumento della spesa per gli interessi passivi frutto di una precisa scelta politica ed economica) e il pianeta intorno sta, infine, collassando per via dello sfruttamento irrazionale delle risorse, e tutto ciò senza una reale opposizione popolare (le vendicative Erinni che, trasformandosi in Eumenidi, dovrebbero essere in grado, proprio secondo gli antichi greci, di produrre un nuovo ordine razionale)?
Sì, non si può non essere d’accordo col professore. Lo scenario che, in questi ultimi decenni ha preso un’accelerazione vertiginosa, appare catastrofico (da κατά-στρέϕω, mandare giù, capovolgere). Ma proprio qui, a questo punto, il discorso che Massimo Cacciari sembra chiudere dovrebbe invece aprirsi. “Gli antichi e noi”, dice il titolo della lectio. Ma noi chi? L’uomo chi? Ecco, ciò su cui il professore pare sorvolare è proprio il conflitto, la lotta tra il padrone e il servo, il fatto che il “noi” è un guscio vuoto, che dire “umanità” non significa nulla, che, al suo interno, non solo ci sono interessi e valori contrapposti ma ci sono, soprattutto, forze contrapposte (ciò di cui gli antichi greci erano invece perfettamente consapevoli).
Così, quasi per paradosso, Massimo Cacciari sembra dimenticare una delle principali lezioni del pensiero filosofico classico: la ricerca delle cause, delle origini, dell’ἀρχή. Non è l’uomo, insomma, indistintamente o genericamente considerato, che non si interroga più, che ha rinunciato a ogni trascendenza, che appare quasi del tutto privo di pensiero critico ma è una precisa configurazione sociale, culturale ed economica che, divenuta oggi quasi globale, gerarchicamente strutturata e organizzata, lo orienta, lo guida e lo dispone verso una certa direzione (capitalismo). Si chiama, insomma, con un’espressione che il professore conosce così bene (anche se probabilmente non amerà che glielo si ricordi), conflitto di classe, conflitto di valori, conflitto di interessi. Assiomachie, insomma.
Così, tanto per fare un esempio, la tecnologica o l’intelligenza artificiale non sono soggetti ma oggetti della storia. Eppure se ne parla come se fossero delle divinità, come se fossero esse stesse i motori della storia. Come se, insomma, fosse l’uomo o l’umanità ad averle in mano. No, non è l’uomo, non è l’umanità, avrebbe dovuto ricordare il professore quale paladino del pensiero antico. Sono i gruppi di potere che determinano la realtà in cui viviamo, che la costruiscono e che, soprattutto, plasmando la nostra mente, ci fanno credere, come appunto nel mito della caverna, che ne siamo noi i protagonisti. I gruppi di potere, quelli che hanno in mano i partiti politici (ridotti ad agenzie degli interessi capitalistici e finanziari), i media (megafoni di orientamenti posti a tutela del loro predominio), la scienza e la tecnologia (al servizio esclusivo del profitto e non certo delle sorti dell’umanità o dell’ambiente), i ministeri e i dipartimenti (e, dunque, gli stessi programmi scolastici e universitari finalizzati a creare automi e non pensatori), i debiti degli Stati (i quali subiscono veri e propri ricatti da quelle entità tutt’altro che oscure che sono i mercati finanziari), le squadre di calcio e l’industria dello spettacolo (con cui l’umanità viene quotidianamente rimbambita).
Ecco, dunque, che cosa ci insegna il pensiero antico. A tenere tutto insieme (ὁμόνοια). Ad andare a fondo, a cercare le radici, a essere, appunto, radicali (da radix, radice). Non si può allora pensare di parlare dell’uomo senza analizzare il contesto in cui egli si muove. Né si può pensare che basti votare perché le comunità siano in grado di determinare la loro condizione. La sfida è, dunque, sempre la stessa. Anzi, è diventata più aspra, più difficile. Costruire democraticamente le premesse costituzionali perché siano le comunità e non le oligarchie a stabilire il destino del pianeta. Sapendo che nulla è scontato, nulla è regalato, che ai valori imperanti bisogna sostituirne altri, che la parola profitto va cancellata con quella di guadagno, sacrificio, impegno. E forse, sotto questo profilo, proprio noi, figli di Akràgas, noi che veniamo da Empedocle e Pitagora, che abbiamo lapidato Falaride e costruito le feaci, che temevamo gli dei e siamo ancora oggi, nonostante tutto, i discendenti di una città che faceva trecentomila abitanti e possedeva una flotta in grado di commerciare prodotti agricoli e manifatture con tutto il Mediterraneo quando la laguna veneta era solo una palude e la Repubblica di Venezia neanche un sogno della storia, forse proprio noi avremmo avuto qualcosa da dire al professore Cacciari.
