di Gio Di Falco

Viviamo in un tempo in cui la società mostra spesso il suo volto più duro e impietoso. Ci sono persone — talvolta nascoste dietro scrivanie eleganti, titoli altisonanti e abiti impeccabili — che esercitano il potere come un’arma, e non come una responsabilità.

Sono i cosiddetti colletti bianchi, i signori dell’influenza e dell’apparenza, che non esitano a calpestare la fragilità altrui pur di conservare un ruolo, un privilegio, un vantaggio. Non si arrestano nel vessare, nel distruggere, nel logorare chi non si piega. Non provano esitazione nel colpire persone, famiglie, ammalati, i più deboli.

Sembrano trarre forza dal vedere chi resiste vacillare, chi non si allinea soccombere, chi osa dire la verità ridotto al silenzio. È una crudeltà raffinata, che si consuma con gesti rispettabili e parole misurate, dentro un’illegalità divenuta costume — tanto diffusa da sembrare normale.

Ma come scrisse Norberto Bobbio, «la vera misura della civiltà di un popolo si riconosce da come tratta i più deboli». E noi, troppo spesso, li lasciamo soli. Non c’è giustizia laddove il potere opprime, né civiltà dove l’indifferenza si fa complice.

Dietro ogni abuso, ogni ritorsione, ogni isolamento, ci sono persone — con il loro dolore, la loro dignità, e un diritto inalienabile al rispetto. Finché il potere continuerà a schiacciare chi non si allinea, questa non potrà dirsi una società giusta, ma solo una società corrotta nella coscienza.

E allora, sì, scelgo il silenzio. Perché se tacciono coloro che dovrebbero parlare, se chi deve vedere distoglie lo sguardo, se chi deve agire resta immobile, io non ho più parole da spendere. Il mio silenzio non è resa: è giudizio. È la misura di una coscienza che non vuole più confondersi con il rumore dell’ipocrisia.

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foto di Tano Siracusa

Di Bac Bac