di Vito Bianco

“Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti”. Comincia così uno dei testi più meritatamente famosi del nostro Novecento, un pamphlet acuto e documentato contro la scuola di quel tempo, scritto da otto ragazzi che erano stati allievi di Lorenzo Milani. A parlare in prima persona, nella finzione polemica su cui è costruita la Lettera, è uno di loro, un “respinto” da quella istituzione che chi scrive vorrebbe cambiare da cima a fondo.

È passato più di mezzo secolo dalla pubblicazione del saggio, ma la scuola italiana che abbiamo sotto gli occhi è, per certi versi, peggiore di quella descritta dai giovani di Barbiana, con in più la perdita quasi completa di autorevolezza da parte degli insegnanti, spesso in balia delle smanie narcisistiche di genitori sempre e comunque dalla parte dei figli e contro gli insegnanti ai quali una volta veniva affidata una parte importante della loro crescita.

La Lettera è un libro memorabile, un classico ancora vivo della nostra letteratura e un capitolo cruciale della storia politica che comincia alla fine del ventennio fascista, scritto in una lingua secca e precisa, capace di andare con chiarezza e rapidità al cuore dei problemi. Non l’avevo ancora letto. L’ho fatto in questi giorni nell’edizione della Libreria editrice fiorentina (1996) e ci ho trovato, oltre a quello che mi aspettavo, più d’una contraddizione, alcune affermazioni discutibili e anche qualche presa di posizione decisamente sconcertante.

“Panscolarismo”.

Può sembrare strano, ma a un orecchio attento non sfugge che la scuola contestata e la Lettera a una professoressa condividono la stessa ideologia di fondo: la convinzione che senza la scuola non vi sia salvezza. A pagina 112 si legge perfino che la scuola “è l’unica differenza tra l’uomo e gli animali”. Il maestro, scrivono gli otto autori guidati da don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, “dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualche cosa e così l’umanità va avanti”. Quindi senza scuola si fermerebbe. Si sarebbe già fermata.

Ma chi è il maestro? “Dicesi maestro chi non ha nessun interesse culturale quando è solo”. (La definizione è tra virgolette). Il sapere, si dice nella frase precedente, “serve solo per darlo”. Solo che, senza interesse culturale non c’è sapere né maestro che lo trasmette. (Che serva solo per darlo è opinabile. Molti, moltissimi imparano e per vivere fanno altro). Ne consegue l’obbligo di imparare, anche a costo di usare la frusta. E ne consegue la valutazione anche quantitativa del lavoro degli insegnanti. Per gli alunni di Barbiana la scuola non dovrebbe finire mai.

Radicalità

Panscolarismo, dicevo. Ma, curioso, i maestri valgono più dei laureati “perché sono stati poco a scuola. I professori son quello che sono perché sono tutti laureati” La radicalità della Lettera è una radicalità inconseguente e ingenua: crede sinceramente che l’aborrita istituzione sia riformabile. Si paragonano gli insegnanti ai nazisti, ma si chiede l’oro la licenza media per poter poi diventare un maestro di quella stessa contestata scuola. Un radicalismo retorico che rimane, per una oscura o indicibile ragione, succube del padre padrone che così meticolosamente si contesta. Una delle cose più intelligenti del libro è la non beatificazione dei poveri, ai quali i ricchi, scrivono gli autori, passano i loro vizi.

Anche Ivan Illich, l’altro critico radicale del sistema scolastico, si contraddiceva: parlava di “descolarizzare la società”, ma volentieri teneva, con un gruppo di fidati collaboratori, seminari nelle più rinomate università dove, si immagina, qualche volta gli sarà capitato di sparare ad alzo zero sull’istituzione che lo accoglieva forse per darsi un tono di progressismo e far sfoggio di un’ apertura mentale di facciata, che non mette in pericolo nulla di sostanziale. Spezzare la dipendenza e dimenticare l’autorità dev’esser sembrato a entrambi un gesto inconcepibile.

Così il ragazzo del Mugello si accanisce ma non passa, “viene fregato di nuovo come sputare per terra”. Ma, dice, “non cedo. Diventerò maestro e farò scuola meglio di voi”. È andata così? Nel finale arriva un’incongrua speranza: che arrivi a Barbiana la lettera di un preside di un qualche istituto magistrale disponibile a chiudere, non uno ma entrambi gli occhi per quelli come lui che sentono la voglia di diventar maestri. “Anche se non sono d’accordo su tutto quello che dite, so che la nostra scuola non va. (…) Comunque quelli di voi che vogliono essere maestri venite a dar gli esami quaggiù. Ho un gruppo di colleghi pronti a chiuder due occhi per voi”. Scommetto che quella lettera non è mai arrivata. Più probabile che ne sia arrivata una affatto diversa. E se anche l’avessero ricevuta, cosa sarebbe cambiato? Un gesto caritatevole lascia tutto com’è e riconferma la logica e la forza della vecchia scuola.

Mistica

Per gli autori della Lettera i maestri dovrebbero essere dei quasi monaci celibi o nubili totalmente dediti alla missione. L’utopia è una Scuola di Servizio Sociale senza voti e senza registro, ma anche “senza vacanze, senza debolezze verso il matrimonio o la carriera”. E tutti i ragazzi “indirizzati alla dedizione totale”. Poi per strada “qualcuno può colpire un po’ meno alto. Trovare una figliola, adattarsi ad amare una famiglia più ristretta”. L’altra scuola, quella che gli otto redattori chiamano “di servizio dell’io”, vorrebbe invece preparare tutti al matrimonio, ma “ci riesce poco anche per chi si sposa. Chi poi non si sposa diventa uno zitellone inacidito”. Una mistica dell’insegnamento che sconfina, senza forse volerlo, nella polemica reazionaria.

“Una maestra sposata” scrivono gli otto “prende uno stipendio eguale a quello del marito. Ma in pratica esce di casa quanto una casalinga”. Poi il sarcasmo: “Sposa e madre esemplare. A ogni raffreddore del bambino resta a casa. Chi non la piglierebbe una moglie così?” E ancora, a pagina 129: “Un ragazzo che ha opinioni personali su cose più grandi di lui è un imbecille. Non deve avere soddisfazione. A scuola si va per ascoltare il maestro”. L’esecrata professoressa sarebbe d’accordo.

Di Bac Bac