di Vito Bianco

Di tanto in tanto, negli interstizi tra due libri finiti e due da cominciare (ne leggo quasi sempre due insieme, un saggio e un libro di invenzione), in questo tempo fuori tempo, in questa sospensione durante la quale mi vengono strani pensieri (mi dico che potrei smettere di leggere e dimenticare una buona volta i libri, o almeno provare per un mese, come propongono certe pubblicità), mi capita di rileggere qualche racconto di Kafka delle prime esili raccolte, che hanno titoli bellissimi. La prima si intitola, ricorderete, Meditazione, o Contemplazione, a seconda di come il traduttore decide di tradurre Betrachtung, e fu pubblicata da Kurt Wollf nel 1913, lo stesso anno in cui Proust pubblicò a proprie spese La strada di Swann; la seconda, Un medico di campagna, esce qualche anno più tardi, nel ’19, sempre con Wollf, l’editore più lungimirante del secolo scorso.
Qui si trovano, per capirci, “Davanti alla legge” (“Davanti alla legge c’è un guardiano. Davanto a lui viene un uomo di campagna e chiede di entrare nella legge”), “In loggione” (“Se un’acrobata a cavallo, fragile, tisica, venisse spinta per mesi interi senza interruzione in giro per il maneggio sopra un cavallo vacillante davanti a un pubblico instancabile da un direttore spietato sempre con la frusta in mano…” e “Un messaggio dell’imperatore” (“Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera”). Della raccolta fa parte anche “Un fratricidio”, appena più lungo dei tre citati ma che non arriva a concludere la terza pagina.
È un racconto atroce, narrato con il distacco di un articolo di cronaca nera, che solo nel finale ha un momento di umana pietà, quando la moglie di Wese, assassinato da Schmar con tre colpi di coltello, si precipita sul corpo ormai privo di vita del marito. “La signora Wese, con ai due lati una gran folla, accorre con il viso invecchiato dal terrore. La pelliccia si apre, e lei si precipita su Wese”, scrive il narratore. E dopo la virgola aggiunge una frase sghemba, quasi fantastica, uno di quei dei tocchi che fanno di Kafka, potremmo dire, lo scrittore più sottile che sia mai apparso sulla scena letteraria occidentale – lui così allusivamente “orientale”: “il corpo, vestito di una camicia da notte, appartiene a lui, la pelliccia che copre, come l’erba di un tumulo, i due sposi, appartiene alla folla”.
Ma io mi sono ricordato di questo racconto per via di una domanda. Al delitto assiste dalla finestra, indifferente, il possidente Pallas. “Come mai tutto ciò veniva tollerato dal possidente Pallas un uomo che osservava tutto da vicino, stando alla finestra del secondo piano? Chissà come è fatta la natura umana? Col bavero alzato, la veste da camera stretta all’ampio corpo, guardava nella strada scuotendo la testa”. Le domande, come si vede, sono due. Ma quella che avevo in mente è la seconda. Poteva bastare la prima, “come mai tutto ciò veniva tollerato dal possidente Pallas?”, ma Kafka ha l’impulso di chiedere, di chiedersi, come è fatta la natura umana, della quale il possidente è un rappresentante a pieno titolo.
Può sembrare ingenuità ma è invece sconforto e sgomento se viene da uno scrittore come lui impegnato a proporre l’enigma dell’esistenza in un mondo diventato imperscrutabile e impossibile, nel quale però sopravvive, ostinata, la testimonianza di una voce umana ancora riconoscibile. E non è forse forse questo struggente desiderio di sapere, questa domanda implicita (non che cos’è, ma come è fatta, di cosa si compone, di quali elementi) il filo che attraversa tutta la sua opera, e che qui viene allo scoperto, sfuggendo al controllo di una scrittura tanto rigorosa quanto visionaria (“il grigio futuro che continua a spalancarsi sempre”)? Dopo più di un secolo, la domanda di Kafka rimane la stessa, ma la gittata della spietatezza umana ha nel frattempo raggiunto un limite impensabile, e così anche la disperazione con cui qualcuno torna a farla. E la speranza? “Forse c’è una speranza, ma non per noi”.
