di Vito Bianco

Paul Klee

Nel terzo dei sei capitoli di Dopo Babele. Aspetti del linguaggio e della traduzione, il suo libro più ambizioso, complesso e stimolante, che quest’anno festeggia il mezzo secolo di vita, quello intitolato “La parola contro l’oggetto”, George Steiner avanza una tesi persuasiva e discutibile a un tempo, e discutibile nel senso che fa venire voglia di discuterla, di guardarla da vicino, proprio per la sua innegabile forza di seduzione, alla quale si è subito tentati di cedere senza opporre resistenza. La tesi è che nell’arco temporale che va dal 1870 e la fine del secolo è accaduto nella letteratura europea qualcosa di così straordinario da rendere superflue le tradizionali distinzioni con le quali siamo abituati a suddividere la storia dei movimenti letterari (barocco, romanticismo ecc.). Questo qualcosa di assolutamente sconvolgente è il venir meno del patto di fiducia che per secoli aveva legato gli scrittori alla loro lingua, e che aveva permesso loro di usarla al meglio delle singole capacità per rappresentare il mondo circostante e la propria individuale reazione poetica a questo stesso mondo.

Ma a partire dagli anni Settanta del diciannovesimo secolo, principalmente in Francia, ma non soltanto lì, i letterati, e specialmente i poeti, cominciano ad avvertire che la lingua della tradizione, logorata dall’uso e gravata da una sorta di peso che la spinge verso il già detto e il cliché, non è in grado di esprimere le verità di cui si sentono portatori e quell’indicibile per nominare il quale le parole mancano. “Il concetto di ‘parola mancante’ caratterizza letteratura moderna” scrive Steiner. “La scissione più importante nella letteratura occidentale si verifica tra gli anni 1870-1880 e la fine del secolo. Essa separa una letteratura che si trova ‘di casa’ nel linguaggio da una letteratura per la quale il linguaggio è diventato una prigione. (…) In tutta la tradizione occidentale, un classicismo portante, un patto negoziato tra mondo e parola, dura fino alla metà dell’Ottocento. E a questo punto si infrange bruscamente” (pp.219-220). Ma dopo Mallarmé, dice ancora Steiner, “quasi tutta la poesia che conta, e gran parte della prosa che determina il modernismo, si muoverà contro la corrente del discorso normale” (pag. 222).

Spostare in avanti i limiti della “lingua della tribù”, come la chiama Mallarmé, il pioniere di questa nuova sensibilità, che in uno scritto rivendicherà il diritto all’oscurità (lo stesso farà anche Paul Celan), diventa allora un compito ineludibile: per provare a dire l’ineffabile occorre stravolgere la sintassi e la grammatica, rendere, per così dire, straniera la lingua familiare, spingere la dicibilità fino al punto di rottura, correndo il rischio dell’oscurità e del non senso. Tutto ciò che non può essere detto, dobbiamo provare a dirlo, sembra essere il motto di Mallarmé e, con lui, di Rimbaud. Questa linea autoriale trova un luminoso emblema nel dettato intimo, spezzato, costantemente insidiato dall’implosione di Celan e arriva alla Bachmann e a Zanzotto (che Steiner non nomina) passando per gli ermetici e gli estremisti del Dadaismo, e ha nella Lettera di Lord Chandos di Hofmannsthal, scritta e pubblicata nel 1902, una sorta di manifesto teorico della crisi linguistica acutamente analizzata da Steiner.

È però, mi pare, solo una delle linee, uno dei sentieri attraverso cui la poesia europea è arrivata sino ai nostri giorni continuando a vivere un’esistenza fatta di difficoltà evidenti e di riaffermazione di una leggibilità non scontata ma possibile, con la quale dichiara il desiderio di ristabilire quel patto di fiducia che altri avevano dichiarato scaduto.
Al principio del Novecento, per esempio, l’oscurità di Pound ha più a che fare con l’enciclopedismo e la personale mappa culturale che con un sentimento di impotenza linguistica. Nella Terra desolata di Eliot (1922), una lingua rinnovata nel solco della tradizione serve bene una moderna messa in scena delle rovine mentali e fisiche di un mondo traumatizzato dal primo conflitto quasi planetario. E ancora, per restare in ambito anglosassone, si può richiamare il contributo straordinario di Yeats, o la poesia meditativa e visionaria dello statunitense Wallace Stevens, due esempi di modernità che si esprime entro la cornice di una lingua brillante e tesa ma sempre riconoscibile (come in Shakespeare e Donne).

Lo stesso accade nel Montale degli Ossi di seppia (1926), che muove la sua personale esplorazione del deserto adoperando la lingua ereditata solo asciugandola dell’enfasi dannunziana per ricalibrarla su un nuovo e necessario bisogno di concretezza. Anche l’esperimento di Ungaretti, all’apparenza poco comunicativo, mostra di avere piena fiducia nell’energia semantica della lingua italiana vecchia ormai di seicento anni. E in Germania Brecht diventa il baluardo di una trasparenza complessa, dialettica e ironica, allusiva e gnomica. Umori e spinte diverse, quindi, e poeti che, senza credere ciecamente nell’innocenza della lingua che si son trovati in mano, e anzi ripassandola in contropelo, con la giusta diffidenza, hanno provato a fare, potremmo dire, di necessità virtù, e cioè usare la lingua della tribù per dire quello che la tribù non sa di poter dire. In una lettera del 1936 Mandel’stam riassume, come meglio non si potrebbe, il problema sempre aperto del rapporto vitalmente conflittuale tra il poeta e la lingua all’interno della quale lavora: “Come onorano le lingue la lotta intrapresa con loro dal poeta” scrive, “e con quale freddezza lo ripagano per l’indifferenza o un miserabile asservimento!”

———————————

Di Bac Bac