di Giacomo La Russa

È possibile, pur senza conoscerne il pensiero, attraverso la lettura di alcune lettere, tracciare il quadro umano e psicologico di chi le ha scritte? Di più. È possibile grazie a un gruppo di epistole che coprono poco più di vent’anni (dal marzo 1895 al novembre 1918), sentire una così forte affinità, un così ardente desiderio di incontro ricreando attorno a sé, in tutt’altra epoca e contesto, la presenza di una donna così compenetrata nella lotta rivoluzionaria e in grado, nello stesso tempo, di guardare gli eventi da un livello ancora più alto? Una donna, da un lato, consapevole che la «rivoluzione è magnifica» e «il resto … spazzatura» e, dall’altro, desiderosa che sulla sua tomba si riporti solo «zwi-zwi», il verso delle cinciallegre annunciatrici, nonostante la persistenza della neve e del freddo, della prossima primavera?

Se una frase è il distillato di percorsi ed esperienze, il volume Commencer à vivre humainement, pubblicato nel 2022 da Libertalia, contiene una valanga di pensieri e stati d’animo. Diventa così il ritratto di chi, già in carcere per l’opposizione alla guerra, si entusiasma per «i magnifici avvenimenti di Russia» (lettera a Marta Rosenbaum del 28 o 29 aprile 1917, prigione di Wronke) e, a rivoluzione avvenuta, invita l’amica Sonia Liebknecht a liberarsi della sofferenza per il tempo che passa dato che il «vecchio mondo» sta sprofondando (lettera del 12 maggio 1918, prigione di Breslau). È ancora la descrizione di una marxista animata da un’insopprimibile spirito libertario, insofferente verso «la titubanza e la meschinità che regnano nel nostro partito»[1] (lettera a Clara Zetkin tra il dicembre 1906 e il marzo 1908) e perfettamente consapevole della distanza tra i borghesi che «costituiscono … un partito proletario riformista» e quelli che, come lei, non vogliono rinunciare alla «lotta di classe» e all’«internazionalismo» (lettera a Carl Moor del 12 ottobre 1914, Berlino-Südende). È poi un caloroso inno alla solidarietà operaia, all’«eroismo tranquillo» di chi versa la paga in favore dei disoccupati e accetta di lavorare meno perché nessuno sia licenziato (lettera a Karl e Luisa Kautsky del 5 febbraio 1906, Varsavia), alla condivisione umana per cui «il fatto che tu viva in maniera così solitaria è una follia … Qui, io sono a caccia di qualsivoglia bagliore di vita, di qualsivoglia raggio di luce …» (lettera a Léo Jogichès del 23 settembre 1904, prigione di Zwickau) e, infine, alla compenetrazione profonda con la natura che la induce a ricordare il «superbo gioco d’ombra e di luce» durante una passeggiata per i campi (lettera a Hans Diefenbach il 30 marzo 1917, prigione di Wronke) e, soprattutto, a non considerarsi più importante della «coccinella» conosciuta in carcere (lettera a Luise Kautsky del 15 aprile 1917, prigione di Wronke).                    

Ma la raccolta è anche un diario intimo, uno scrigno incommensurabile, una riserva di riflessioni eterne: la necessità di trasmettere lo spirito del movimento prima ancora dei suoi fatti (lettera del 27 ottobre 1904 a Henriette Roland Holst, Berlino-Friedenau); l’idea che la quantità possa trasformarsi in qualità (lettera del 17 dicembre 1904 a Henriette Roland Holst, Berlino-Friedenau); il desiderio di stare bene più della pretesa di avere ragione (lettera del 5 marzo 1917 a Hans Diefenbach, prigione di Wronke); la convinzione che, tanto nel lavoro scientifico quanto nell’arte, ciò che conta è «la semplicità, la calma, la grandezza della concezione» (lettera a Hans Diefenbach del 5 marzo 1917, prigione di Wronke); una certa umiltà che, per nulla assimilabile al fatalismo, ci suggerisce di non «sovrastimare l’azione dell’individuo» dal momento che la storia è decisa dalle «grandi forze invisibili» (lettera a Luise Kautsky del 15 aprile 1917, prigione di Wronke); la coscienza dell’ingiustizia e il dolore quasi fisico «al pensiero che questi spagnoli, questi anglo americani sono morti … e che non li si possa resuscitare per fare loro subire tutte le torture che essi hanno inflitto agli indiani» (lettera a Sonia Liebknecht del novembre 1917, prigione di Breslau); la forza, insomma, di una donna che bruciava per il desiderio di lavorare (lo faceva dalle 5.40 del mattino alle 9 della sera) in un’«epoca meravigliosa che pone problemi in massa …» (lettera a Emmanuel e Mathilde Wurm del 18 luglio 1906, Varsavia); e la sua stessa capacità, infine, nei momenti di maggiore delusione per le infamie degli amici di un tempo, di sapere trovare una forma di «compensazione» in un buon libro, in una passeggiata nella campagna di Südende, nella musica, nella pittura e ancora nella botanica.

Rosa Luxemburg è stata assassinata il 15 gennaio 1919, su mandato dei socialdemocratici, da un soldato che le ha fracassato il cranio con il calcio del fucile. Il suo corpo, gettato nel fiume, non è stato più ritrovato. Ma le sue lettere, la sua inestinguibile endiadi di vita e di lotta, per noi che rimaniamo intrappolati in un treno lanciato a folle velocità verso il precipizio, continuano a tracciare il cammino.   


[1] Il Partito Socialdemocratico di Germania.

Di Bac Bac